«L’addio delle donne  vittime della crisi»
Antonio Tagliarini e Daria Deflorian

«L’addio delle donne

vittime della crisi»

Teatro: Sara Cerrato intervista Daria Deflorian, della compagnia Deflorian/Tagliarini, questa sera al San Teodoro di Cantù con “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”

Le premesse per la serata, al teatro San Teodoro di Cantù , sono interessanti. Oggi, sabato 9 febbraio, alle 21, va in scena lo spettacolo “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, pluripremiato allestimento della Compagnia Deflorian/Tagliarini , realtà importante della scena nazionale e non solo (biglietti da 16 a 8 euro. Info e prenotazioni www.teatrosanteodoro.it e 031/717573).

Il pubblico vedrà sul palco quattro attori: Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, autori e performers che hanno curato la drammaturgia, traendola dal romanzo dello scrittore greco Petros Markakis “L’esattore”. A loro si aggiungono Monica Piseddu, e Valentino Villa che hanno collaborato al progetto.

I quattro interpreteranno, in modo non convenzionale, i ruoli di altrettante anziane donne, greche, durante la crisi economica che travolse il Paese nel 2008. Pensionate, povere e sole, le protagoniste scelgono una strada definitiva, quella del suicidio collettivo, per “togliere il disturbo”, ma anche per ribellarsi, con un vero atto politico, ad una società ingiusta. Un tema delicatissimo, che lo spettacolo, vincitore del Premio Ubu per la nuova drammaturgia, tratta con cura e rispetto, come ci spiega Daria Deflorian.

Daria, le protagoniste dello spettacolo si tolgono la vita. Perché questo tremendo gesto?

La scelta non dipende da una crisi individuale o da cause esistenziali. Piuttosto, le donne compiono un gesto di protesta nei confronti di una società che le ha abbandonate. Markaris scrisse il romanzo da cui è tratta questa storia nel 2011. Si era nel pieno di una crisi gravissima che portò la Grecia in una condizione di dissesto economico e sociale che dura tuttora. Lo scrittore immaginò la scelta definitiva come il “No” ad una società che ci nega proprio la possibilità di pronunciarlo quel “No”.

Quindi, un atto di ribellione?

Accanto ai corpi, i soccorritori trovano un biglietto in cui le donne spiegano: «…Abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società – spiegano in un biglietto – Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre pensioni e vivrete meglio». Parole che sorprendono anche perché a pensarle e a scriverle sono delle anziane, di solito descritte come remissive e rinunciatarie.

La loro fine ricorda un’immagine letteraria che è quella del “suicidio eroico”.

Avete fatto riferimento a questo topos?

In qualche modo sì. Nello spettacolo, citiamo anche figure simbolo che hanno compiuto un’analoga scelta. Penso a Jan Palach, che nella Primavera di Praga del 1969 si diede fuoco per protesta contro la censura. Analogo il caso del monaco vietnamita, Thich Quang Duc che, nel 1963, si immolò per combattere la persecuzione contro la sua religione.

Non si può negare che si tratti di situazioni estreme…

Non vogliamo certo inneggiare al suicidio, ma, partendo da un’invenzione letteraria, far riflettere sull’ingiustizia che porta alla ribellione. In ogni caso, la decisione di morire non nasce dal rifiuto delle vita. Anzi, ognuna delle protagoniste vive, pienamente e non senza leggerezza, fino all’ultimo istante. Purtroppo, va detto che se lo spunto dello spettacolo è un romanzo, la realtà è anche più tragica, visto che in Grecia, paese dove, prima della crisi, i suicidi erano molto ridotti, il numero di chi si è tolto la vita in questi anni è impressionante.

Anche in Italia il fenomeno non è da sottovalutare…

Sì, purtroppo e quella disperazione ci fa rabbrividire, ci pietrifica.

Che tipo di interpretazione proponete?

Proprio per evitare una nostra identificazione con le donne e la loro scelta, non ci trasformiamo completamente nei personaggi, mantenendo sempre una certa distanza. Crediamo che il continuo entrare e uscire dal ruolo possa permettere allo spettatore una comprensione più ampia, che comprende anche il qui e ora. Questo è il ruolo del teatro, che va oltre il realismo e la mimesi.


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