Leggere nella tormenta:  ecco perché si deve
Rembrandt, Riposo nella fuga in Egitto, 1647

Leggere nella tormenta:

ecco perché si deve

Gian Paolo Serino ragiona sulla difficoltà ma anche sulla necessità di concedersi, oggi, un libro. Come in un magnifico racconto di Jack London, la lettura ha ritrovato la forza simbolica di un fuoco nella notte

Mi guardo intorno e vedo tanta desolazione. Mi guardo dentro e vedo tanta disperazione: cosa posso fare con la mia ricchezza? Nulla.

Ha ragione Mario Schiani che, domenica scorsa su queste pagine, ha confessato la difficoltà in questi giorni di leggere libri. In sintesi: cosa ci interessa sapere della storia del Capitano Achab che insegue la balena bianca in “Moby Dick” mentre fuori tutto è a dir poco allarmante?

Lo penso anche io: la mia ricchezza è leggere. Da sempre. Da quando ho quattro anni, ma in questi “strani giorni” mi è davvero difficile concentrarmi. Anche se poi devo farlo perché il mio lavoro è il mio “mestiere di vivere”.

E già quando lo scrivo quel “devo” mi infastidisce: non sono costretto a scrivere ma poi ripenso a Jack London ed in particolare ad un suo racconto: “Prepararsi un fuoco”, poche pagine (le migliori traduzioni italiane sono uscite da Mattioli1885 e da Adelphi) che hanno, però, un grande significato.

Arte e vita

Oltre ad essere uno dei più grandi racconti del ‘900 è anche una delle più potenti metafore che siano mai state pubblicate sul rapporto tra arte e vita: di come la vita si nutra di arte e la vita di arte.

In “Accendere un fuoco” London parla di un uomo che si perde in una bufera di neve. È solo. Ha freddo. Nel buio. Deve assolutamente accendere un fuoco. E deve accenderlo per due ragioni. Se fosse solo per tenersi caldo l’uomo scoprirebbe che questo calore lo porterebbe presto alla morte perché cinque minuti dopo averlo acceso, dato che è stanchissimo, si addormenterebbe e morirebbe congelato.

La seconda ragione è che deve accendere un fuoco perché sia un segnale, perché magari qualcuno dei suoi compagni apparentemente così lontani lo veda e lo raggiunga. E raccontandosi delle storie, possano passare la “notte” che è ancora lunga e faticosa…

È questo il significato della lettura e della scrittura: lo stare soli, insieme. Trovare in un libro quel compagno di viaggio che per adesso sembra essere ancora lontano. Trovare in un libro la nostra ricchezza, anche oggi che è ci è stato tolto persino il respiro: recluso giustamente dalle mascherine che spesso, però, possono sembrarci prigioni di carta.

In un libro troviamo anche un altro aiuto: superare un’altra barriera sensoriale che piano piano stiamo perdendo: il tatto. A oggi non si capisce molto chiaramente quanto possiamo toccare le superfici prima che siano davvero sanificate. E così tutto intorno a noi diventa un potenziale nemico: un’ombra di dubbio che attraverso i polpastrelli ci ammorba la mente malgrado i detergenti ci stiano togliendo le impronte digitali.

Ecco: i libri sono le impronte digitali della nostra coscienza, sono lo specchio delle nostre paure, spesso le amplificano. Ma sono solo le prime pagine: poi ci si dimentica tutto, si entra in una storia, la si legge, si riflette, magari poi la si consiglia a qualcun altro ed ecco che piano piano si accendono altri fuochi. Sono il fuoco della ragione, di quella razionalità che spesso perdiamo, anche per colpa del bombardamento televisivo, ritrovandoci soli di fronte ad un tale numero di informazioni e disinformazioni che rimaniamo prigionieri del nostro stesso interesse di (in)formarci.

Prossimo Decreto

Per questo se fossi Conte nel prossimo Decreto suggerirei la lettura di un libro. Di un libro qualsiasi a persona. Anche di quelli dimenticati dietro i nostri maxi televisori - che oggi hanno preso il posto delle nostre librerie di casa come simbolo di status quo e prestigio sociale -, di quelli che abbiamo già letto perché la bellezza della lettura è che si rinnova. Ogni libro corrisponde - purtroppo - a un’età della nostra vita: e allora l’ “Iliade”, “La Divina Commedia”, “I Promessi Sposi” sono relegati e rilegati ai tempi della scuola, “Il Giovane Holden” a quelli dell’adolescenza. O, per tornare, a Jack London “Il Richiamo della foresta” o “Zanna Bianca” ce li hanno fatti sempre considerare libri per bambini, mentre sono due dei più grandi romanzi di tutti i tempi. La lettura non risente del tempo e in questo ci aiuta a sconfiggere il tempo anche quando le lancette sembrano lanciate nel vuoto, quando il tempo non ha più tempo, quando tutto ci sembra lontano.

Quello che ci ha insegnato la Grande Letteratura – si pensi alla “Odissea” di Omero - è proprio il nostro rapporto con il tempo. Se ci pensiamo il protagonista Ulisse - mentre Penelope è a casa a tessere la tela e nella narrazione il suo tessere scandisce il tempo - ci sembra perdere tempo, tanto che spesso ci ritroviamo a domandarci, leggendo, perché debba affrontare tutte quelle avventure al posto di tornare a casa dalla fedele amata. Perché Ulisse si riappropria del più grande dono concessoci: il tempo perso.

L’occasione

Se sino a oggi - per lavoro, studio, divertimenti, socialità - ci avevano rubato il nostro tempo perso: questa è l’occasione per riaverlo indietro, per gestirlo, per non sprecarlo passando la giornata davanti alla televisione o ad un social network. La lettura ci fa comprendere tutto questo. Di osare di più, di affrontare la vita, di riacquistarne il significato vero, di riflettere su quegli interrogativi ai quali spesso sfuggiamo: “Chi siamo?” “Da dove veniamo?” “Dove andiamo?”) che non sono domande adolescenziali o esistenziali, ma ciò che davvero rende prezioso ogni nostro attimo di vita. Il rapporto con noi stessi, con gli altri, con l’età che avanza, con l’incapacità di comprendere come la vecchiaia sia un dono e non una punizione. Anna Magnani era solita ribadire: «Non toglietemi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care». Questa frase ci fa capire, leggendola, come il mistero della vita sia l’immortalità dell’anima e non quella del corpo.

Infantilizzazione di massa

Troppi genitori ci ossessionano con “il tempo che passa”, invece che viverlo davvero: se lo vivessero davvero - senza la “ossessione ossessiva” di visite o controlli medici che sembra scandire il loro attimo fuggente - regalerebbero ai propri figli o nipoti il primo esempio, di essere adulti, di arginare questa infantilizzazione di massa che ci fa ritrovare tutti in una società bambinesca.

Ai libri e agli anziani bisogna affidare la nostra lettura: perché davvero, come recita un proverbio africano, «ogni volta che un uomo vecchio muore con lui muore una biblioteca vivente».


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