Giovedì 29 Gennaio 2009

Marinetti in tournée, il gran capitano
che anticipava il varietà

In un tepido pomeriggio primaverile, il 20 aprile 1911, quattro baldi giovani scesero dal viale della stazione ferroviaria di San Giovanni (la scalinata non esisteva ancora) verso il teatro che li attendeva per uno spettacolo in cui avrebbero dovuto ingaggiare un corpo-a-corpo con un pubblico ostile. Ma loro non temevano lo scontro, anzi lo aizzavano scagliando dal palcoscenico, con parole di fuoco, il loro programma rivoluzionario che si proponeva di sconvolgere il modo di vivere, di percepire il nuovo, di giudicare costumi e tradizioni della gente, in nome della "civiltà delle macchine" destinata a cambiare la faccia del mondo.

I moschettieri d’italia
I quattro moschettieri di questa rivoluzione ideologica erano Marinetti, Boccioni, Russolo e Carrà, capi carismatici dell’esecutivo futurista, attori delle "serate"  propagandistiche in cui davano fiato a veri e propri comizi poetico/politici, durante i quali si alternavano proclami e spunti polemici a recite di brani lirici inediti. Un’esibizione prettamente scenica che si sarebbe poi incanalata nelle regole di una formula mista di intrattenimento, il "teatro di varietà". Como non rappresentava certo la base di partenza delle "serate".
La tournée era infatti iniziata l’anno prima a Trieste, per proseguire a Milano, Torino, Venezia, Padova, Ferrara, per approdare, il 6 aprile 1911, a Mantova ed infine nel capoluogo lariano, preceduta da una scia di scandalismo perché ognuna di queste occasioni spettacolari si era trasformata in una rissa, con scambi di insulti, un bombardamento di ortaggi e reciproche cazzottature. I futuristi ci sapevano fare anche come lottatori, chiamando a spalleggiarli un giornalista-poeta palermitano, Armando Mazza che, oltre ad essere un valido direttore di quotidiani (pilotò anche la Prealpina di Varese nel 1931) era un atleta vigoroso e corpulento, che intimoriva gli avversari sventolando loro sul naso due mani grandi come badili.
A Como Mazza non venne, la sua minacciosa presenza non fu ritenuta necessaria per tenere a bada gli spettatori accorsi al Politeama, un teatro inaugurato da pochi mesi e gestito da un animoso impresario, Alessandro Pizzi, che non rifiutò, come avevano fatto i palchettisti del Sociale, di ospitare i "pericolosi" agitatori di folle, tenuti d’occhio dalla polizia che ne temeva le intemperanze. La sua liberalità fu premiata dall’esito della manifestazione, perché i carabinieri non ebbero motivo di intervenire, anche se non mancò qualche momento burrascoso.
Il quartetto si alternò al proscenio per sciorinare un programma incardinato su solidi presupposti di comunicazione: le "serate" avevano infatti, come i "manifesti" programmatici, un preciso statuto preordinato a tavolino, lasciando ben poco all’improvvisazione.
Ciò che avevano da dire non mancava affatto di logica, malgrado l’ostentazione con la quale presentavano i loro ragionamenti: se il pubblico reagiva male, sentendosi beffato, era perché aveva giudicato i comizianti dei buffoni e non degli intellettuali in grado di trasformare le loro teorie in pratica, in risultati di un valore artistico certo in anticipo sui tempi.
E se i comaschi non accettarono senza proteste Carrà che con la sua voce roca dava degli imbecilli a tutti i critici, specie a quelli antifuturisti, o Russolo che se la prendeva con i musei, "schiavi del passato", o l’irruente e irascibile Boccioni che non ammetteva contraddittorio quando spiegava che nella nuova pittura il riguardante doveva essere "al centro del quadro", pensò il gran capo a sedare ogni contrasto. Con la sua voce metallica, che sapeva acquisire inusitate sonorità, Marinetti, dopo aver esordito con un accattivante saluto ad una Como «futurista perché procede sicura verso l’avvenire» perché «ricca di commerci e di industria», si esibisce in un coloritissimo ventaglio di proposte poetiche, dal lirico Buzzi all’ammiccante Palazzeschi, ad un aspro Lucini fino alle saettanti composizioni dell’ultima schiera di seguaci del verbo futurista, Cavacchioli, Folgore, Libero Altomare. E, per concludere in bellezza, declama in francese la sua ode che esalta l’automobile, simbolo della moderna velocità. Applausi convinti, nemmeno troppo turbati dalla veemente lettura del Manifesto dei musicisti futuristi di Pratella.
Complessivamente, un successo, peraltro non inaspettato. Il giornale, proprio La Provincia, l’aveva sorprendentemente preparato con un articolo siglato "Zip", probabilmente di pugno del redattore capo Serafino Biondi, a giudicare dallo stile.

Zip e il verbo nuovo
Nel pezzo in cronaca, pubblicato proprio il 20 aprile, si preannuncia l’arrivo del pugnace drappello con un tono bonariamente ironico. Propugnano il «verbo nuovo», costoro, dice il sorridente presentatore, ma «non s’accorgono troppo di essere i continuatori dei novatori d’ogni tempo».
Ma sì, in fondo erano futuristi anche Dante, Alfieri, Galileo, Leonardo, Volta. Ohibò, anche il genius loci compreso nel mazzetto, come del resto affermano loro stessi: che sono poi, aggiunge premurosamente il giornalista, «dei bravi ragazzi». Guerrafondai a parole, ma «gente d’ingegno». Uno soprattutto, il «gran capitano» Marinetti, «uomo veramente tagliato fuor dal comune modello, vigoroso di mente e di corpo». Hanno un solo difetto, «amano troppo la grancassa». Con una simile presentazione, era logico attendersi il buon esito dello spettacolo, che, come annota coscienziosamente il 21 aprile l’articolista, «ebbe buona accoglienza», e se le «tendenze dei futuristi non parvero del tutto accettabili, se la loro arte sembrò discutibile, fu riconosciuto il loro ingegno e la sincerità delle loro convinzioni». Sinceri sì, ma velleitari.
La presa di distanza rivela il tipico "animus" comasco nel valutare ciò che si conosce poco e di cui si dubita molto. Così Carlo Linati, emblema della diffidente indole comacina, giudicava criticamente le imprese futuriste nel suo libro di memorie Milano d’allora, definendo «carnovalesche» le serate propagandistiche, innocue «chiassate» che stancarono ben presto. Lo stesso leader del movimento lo descrisse come «un giovinotto pallido e mingherlino». L’aitante Marinetti diventa "mingherlino" in quest’ottica riduttiva, da cannocchiale rovesciato. Ebbene no, sappiamo che la realtà era diversa, che quegli agitatori di idee non erano soltanto dei "bravi ragazzi" applauditi nella Como primonovecentesca con bonario sarcasmo.
(II - puntata)

c.colmegna

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