Neri, l’amicizia nei tempi duri

Nella nuova plaquette del poeta ricordi erbesi prima e dopo l’8 settembre ’43

Ricordi scolpiti nella memoria, che diventano versi altrettanto incisivi impressi sulla carta, assumendo un valore universale. Nella nuova plaquette “Adolescenza”, anticipazione di una raccolta in uscita per le edizioni Ares, dal titolo “Utopie”, Giampiero Neri, classe 1927, ci riporta nella Erba della sua giovinezza, a cavallo di quell’8 settembre 1943 che è stato uno spartiacque per la storia d’Italia e per quella della sua famiglia.

Com’è ormai noto, due mesi dopo l’Armistizio, il padre Ugo Pontiggia, commissario prefettizio prima a Erba e poi a Bosisio Parini, fu ucciso in un agguato da partigiani gappisti, mentre usciva dalla banca dove lavorava per tornare a casa. Un dramma che ha cambiato le vite della moglie e dei figli, costretti di lì a poco a lasciare il paese e, nel caso di Giampiero, a prendere il posto del genitore nell’istituto di credito per contribuire a mantenere i familiari. La più importante eredità paterna sarà l’amore per i libri, che porterà Giampiero a diventare uno dei maggiori poeti del secondo Novecento e di questo inizio di Terzo Millennio, con lo pseudonimo Neri, e il fratello minore Giuseppe, morto prematuramente nel 2003, un grande narratore.

La plaquette curata da Alessandro Rivali - biografo e, soprattutto, amico vero di Neri - ci fa entrare in casa Pontiggia, quella al civico 2 di via Volta a Erba, prima e dopo l’8 settembre. Si tratta di un testo in due movimenti, scritto in forma di prosa poetica, quella che l’autore predilige ormai da tempo, ma riportato nella pubblicazione in versi. Del resto, come ha detto una volta lo stesso Neri a chi scrive (ne “Il poeta architettonico”, 2005) , «pure se mettessimo sulla medesima riga i primi versi della “Divina commedia”, sentiremmo lo stesso che è poesia. C’è una prosa che obbedisce a criteri di praticità e funzionalità e c’è quella che segue l’arte e ha in mente la bellezza. È questa la prosa in poesia». E poi, per citare una frase di Boris Pasternàk cara all’autore: «L’armonia del verso non nasce dall’eufonia, ma dal risuonare dei significati».

Leggiamoli, questi versi così significanti. «Non so come, eravamo diventati amici. / A sedici anni l’amicizia è qualcosa di serio. / Mi scriveva anche, ci eravamo dati dei soprannomi. / Il mio era Lampirius, per le mie conoscenze entomologiche. / In casa ne avevano approfittato per riderne tra loro. / Mio padre deformava il nome in dialetto: “Lampadari”». Nella seconda parte del dittico non c’è più spazio per la voglia di scherzare: «Invece era qualcosa di cui avevo bisogno / in quei tempi lugubri dell’8 settembre ’43. / Anche l’aria che si respirava era cambiata. / Andavo a trovare il mio amico, qualche mattina / di quell’interminabile settembre».

Nei giorni scorsi, ho avuto il privilegio di sentir leggere il componimento dall’autore, nella sua abitazione di piazza Libia a Milano, dove Erba è presente sulle pareti in una stampa ottocentesca e in una foto della casa in cui il poeta è nato, in via Majnoni. Alcuni versi sono saltati subito all’orecchio. Per la loro forza intrinseca, perché sono come perni attorno ai quali ruota tutto il resto: «A sedici anni l’amicizia è qualcosa di serio»; «Invece era qualcosa di cui avevo bisogno...».

Si avverte anche la mancanza, e il desiderio, del dialogo interrotto per cause di forza maggiore, quello con il padre. Rimasto sospeso a una battuta - “Lampadari” - senza più avere avuto il tempo di dirsi le cose importanti. Neri insegna, proprio perché non ha la pretesa di insegnare nulla, con la sua poesia e con l’esempio. E incontrandolo in questi giorni, pure intrisi di inaspettate durezze, si ha la prova che «l’amicizia è qualcosa di serio» sempre. Anche a novantacinque anni e mezzo. E la capacità di dire ciò che si sedimenta nel profondo è dote rara. Di dirlo bene, come sa fare lui, rarissima e preziosa.

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