Mercoledì 27 Agosto 2008

Parolario, gli incontri del 28 agosto
"Fassino? Trendy, ma non cinico"

Italia, un paese malato di "antipolitica", in cui a dilagare sono il cinismo e la tentazione di scelte egoistiche, per una vita all’insegna dell’apparenza e della chiusura al mondo. È questa la tesi sostenuta, con graffiante ironia, da Anna Serafini, senatrice del Pd, nonché moglie di Piero Fassino, nel suo libro dal titolo "Cinico & Trendy. Il virus dell’antipolitica e le pillole per la sua cura" (Ponte alle Grazie).
Il volume verrà presentato oggi, alle 17, in piazza Cavour a Como a Parolario (www.parolario.it). Anna Serafini, dialogherà con Elisabetta Broli.
Signora Serafini da dove nascono le considerazioni che costituiscono la materia del suo libro, ovvero la "diagnosi” sulla malattia della società italiana, afflitta dal virus dell’antipolitica?
Le mie osservazioni partono dalla constatazione di fondo che ci troviamo a vivere una situazione sociale e politica mondiale profondamente cambiata. Sulla scena della storia e dell’economia si sono affacciate intere popolazioni che stanno mutando gli equilibri precostituiti. Certo, questi scenari in rapida evoluzione possono generare inquietudini e ansie, dato che si entra in un mondo nuovo, quasi come se si navigasse in mare aperto. È una sfida di fronte alla quale ci si può porre in modi diversi. Chiudendosi in ritirata o aprendosi per cogliere le potenzialità favorevoli del cambiamento.
E l’Italia? Come si sta orientando, a suo parere, di fronte ai nuovi equilibri mondiali?
L’Italia sta scegliendo proprio la strada della chiusura e del cinismo. Invece di far riferimento ai valori positivi, alle virtù, le considera come elementi obsoleti da abbandonare, da rigettare.
Che cosa nasconde questo dilagante cinismo di cui lei parla nel libro?
Il disimpegno, l’atteggiamento disilluso che spinge anche a cercare sempre il proprio vantaggio personale invece di quello della collettività e dello Stato, nascondono, a mio parere, una grande paura, presente a tutti i livelli sociali e non solo nella classe politica e dirigente. La sicumera, l’ostentazione, il continuo riferimento alla chiacchiera vuota, non sono altro che dimostrazioni di insicurezza, di fronte a un mondo che cambia velocemente.
Quale parte della società le pare più a rischio?
Penso ai giovani che, pur vivendo il momento più bello e propositivo della vita, in Italia sono sempre più spesso ripiegati su se stessi e più conservatori dei padri. Dobbiamo correggere questa tendenza se non vogliamo che si arrivi a rinunciare alla possibilità di disegnare il mondo futuro. Un altro tema delicatissimo è quello del rapporto tra politica e media, che in Italia sta assumendo contorni inquietanti. La politica urlata in tv è solo una grandissima dispersione di energie che punta tutto sull’apparire e non costruisce nulla per il domani della società.
Lei ha cominciato a fare politica molto presto. Oggi con quale spirito guarda al disimpegno imperante?
Con grande preoccupazione e con la costante necessità di interrogarmi sulla reale utilità di ciò che faccio. È un momento storico in cui dobbiamo trovare, ogni giorno le motivazioni. Questo non significa rinunciare ma trovare le risorse per saper vedere gli elementi positivi che ci devono spingere a continuare.
In effetti la Sinistra italiana attraversa una fase difficile. Quali, a suo parere, le medicine per guarire il malessere di una parte così importante della politica italiana?
La Sinistra può commettere due errori gravi. Da una parte la giustificazione di sé rispetto alla storia passata, dall’altra il pensare che essere moderni significhi identificarsi con i vincitori. La strada giusta è l’autonomia culturale e le capacità di proporsi autorevolmente, ad un Paese che chiede risposte concrete di fronte al mondo che cambia.
E Piero Fassino è cinico? Trendy?
Io penso e mi auguro che lo pensino anche gli altri, che sia trendy ma non è certo cinico. Lo ha dimostrato, pagando anche un prezzo altissimo la propria coerenza.

Sara Cerrato

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Formidabile quell'anno per Capanna
Da rivoluzionario a "maestro" del '68


Per tanti, soprattutto per chi lo ha vissuto a posteriori, Sessantotto è sinonimo di Mario Capanna, quarant’anni fa principale leader del Movimento studentesco, poi politico prima nelle file del Pdup, poi con la sua creatura, Democrazia Proletaria, oltre a favorire la nascita dei Verdi Arcobaleno, oggi è presidente del Consiglio dei diritti, organismo di ricerca sulle biotecnologie. Ed è anche scrittore e in questa veste, stasera alle 21, parteciperà a Parolario, presentato da Giuseppe Guin. Lo spunto arriva dal suo ultimo libro che, naturalmente, non poteva prescindere dall’inevitabile quarantesimo anniversario: "Il Sessantotto al futuro" (Garzanti) è il terzo titolo in cui Capanna ritorna sull’argomento, con periodica cadenza decennale. C’era stato il best seller "Formidabili quegli anni" (Rizzoli, 1988, cinque edizioni) e l’ancora più fortunato "Lettera a mio figlio sul Sessantotto" (Rizzoli, 1998, dodici edizioni). Ripetitivo? C’è chi dice che, in fondo, un autore scrive sempre le stesse cose. Capanna non si nasconde e, anzi, è ancora interessante leggere gli aggiornamenti del suo pensiero, sempre stimolante comunque la si pensi, nel rivedere periodicamente quel maggio che ha cambiato la storia del nostro Paese alla luce di una contemporaneità che sarà in continuo mutamento ma è pur sempre figlia del Sessantotto, anche qui nel bene come nel male. Nel farlo anche l’uomo si confronta con se stesso, con quello che era allora, con quello che, in epoche diverse, scrisse gli altri libri e, infine, con quello che è oggi. L’incontro sarà seguito dalla proiezione del documentario "In fabbrica" di Francesca Comencini, un altro sguardo al passato e a una realtà che, all’epoca, andava di pari passo a quella del movimento, il mondo operaio.

Alessio Brunialti


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Razionalismo di regime
Ecco gli architetti del duce

(sa.ce.) Un incontro tra storia, architettura, ideologia e politica, con forti riflessi comaschi. Ecco le caratteristiche del nuovo appuntamento di Parolario, oggi alle 18.30. In piazza Cavour Luigi Cavadini dialoga con Paolo Nicoloso, autore del volume «Mussolini architetto. Propaganda e fascismo nell’Italia fascista». Docente di Storia dell’architettura negli atenei di Trieste e di Udine, e anche studioso di storia dell’architettura italiana del Novecento, Nicoloso ha pubblicato altri volumi tra cui «Gli architetti di Mussolini. Scuole e sindacato, architetti e massoni, professori e politici negli anni del regime». È autore anche di saggi sull’opera di Gustavo Giovannoni, Giuseppe Terragni, Giulio Carlo Argan. Nel libro che verrà presentato oggi a Como, lo studioso si sofferma sulla grande importanza attribuita da Mussolini alla progettazione architettonica nel ventennio fascista. Non una semplice campagna edificatoria ma un vero e proprio piano estetico e politico in cui il monumento moderno, accanto a quello più antico, diventa strumento di propaganda per il popolo e le future generazioni. Al centro dell’attivismo architettonico, come dimostra lo studioso nella sua pubblicazione, c’è naturalmente la città di Roma, anche se l’ansia costruttiva non si ferma qui ma si espande in tutta l’Italia fino ai centri più piccoli.

v.fisogni

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