Piranesi, lezione
per spettatori distratti

Gian Paolo Serino analizza il libro-catalogo di Pierluigi Panza sulla collezione del grande incisore e trova che contiene una verità illuminante

Piranesi, lezione per spettatori distratti
Giovanni Battista Piranesi, “Veduta di piazza Navona sopra le rovine del Circo Agonale”, 1773

Le visite ai musei? Inutili. Le grandi mostre? Per spettatori. I concerti? Da vedere più che da ascoltare. Gli incontri letterari? Da “non mancare”. È una strana prospettiva, quella dell “homo videns”, citando la definizione che Giovanni Sartori ha coniato nell’omonimo saggio (edito da Laterza) per definire una società di massa costituita da singoli individui, noi, eternamente distratti. Una “visione” sociologica già teorizzata ne “La società dello spettacolo” di Guy Debord, padre del Situazionismo delle rivolte del Maggio francese del ’68, e poi sviluppata in tanti saggi degli anni ’70 e ’80 da geni della sociologia come Paul Virilio e Jean Baudrillard e in modo definitivo dall’americano Neil Postman nel saggio capolavoro “Divertirsi da morire” (purtroppo fuori catalogo sia la prima edizione italiana del 1982 per Longanesi sia la successiva del 2002 per Marsilio).

Oggi non siamo più visitatori di mostre, spettatori di concerti, ascoltatori di conferenze, ma viviamo la realtà attraverso il filtro del nostro nuovissimo telefonino, sempre di ultima generazione, con fotocamera da decine di megapixel e la nostra maggiore preoccupazione estetica è relativa alla posa assunta dai compagni di viaggio o da noi stessi. Il soggetto della foto non è più il paesaggio o il monumento o la mostra o il quadro.

Questi sono diventati il set di una messa in scena fotografica con la quale confermare la nostra esistenza sui social network. Giusto il tempo per verificare sul display se ciò che stiamo fotografando è dentro i margini e click. Quasi senza guardare. Stiamo così assistendo alla scomparsa del soggetto della visione: la sparizione della realtà è anche la sparizione del soggetto. A vedere non siamo più noi ma il dispositivo mobile con cui registriamo la nostra vita. La conseguenza è che la riproduzione diventa una realtà più reale della realtà stessa. Anticipatore del nostro essere “videns” è stato Giovan Battista Piranesi, il più grande incisore di tutti i tempi che ha influenzato non solo architetti e pittori, ma anche moltissimi scrittori. Si pensi ad esempio alla “Veduta di piazza Navona sopra le rovine del Circo Agonale” (dalla raccolta “Vedute di Roma”, 1745-78). Coadiuvato dall’incisione, l’infisso della finestra esercita la sua autorità di cornice dichiarando la natura geometrica dell’artificio prospettico attraverso il quale stiamo guardando una della piazze più belle di Roma. Per questa ragione non cediamo all’automatismo del click acritico e iniziamo finalmente a vedere.

Passando con lo sguardo da ciò che vediamo attraverso l’infisso della finestra e ciò che vediamo attraverso la cornice della stampa possiamo notare che l’impianto della composizione prospettica è lo stesso, salvo il punto di vista leggermente diverso (Piranesi osserva da una finestra del palazzo Orsini demolito nel 1792, un anno prima della costruzione di palazzo Braschi). Perché l’utopia di Piranesi è stata il suo sforzo di trasformare lo spazio urbano attraverso il progetto architettonico e gli stili di vita attraverso il disegno di elementi decorativi. L’utopia di Piranesi di trasformare la società attraverso il progetto architettonico e il disegno degli oggetti d’uso sarà poi teorizzata dal movimento artistico Bauhaus e oggi realizzata da designer purtroppo sempre più orientati verso l’imitazione della bellezza riprodotta in serie Ikea.

Per questo il catalogo “Museo Piranesi” di Pierluigi Panza (Skira) non è soltanto l’attento e rigoroso lavoro di ricerca del giornalista del “Corriere della Sera”, saggista (che proprio con la biografia su Piranesi “La croce e la sfinge”, edito da Bompiani, si è aggiudicato nel 2009 il Premio Campiello, scrittore e docente del Politecnico di Milano su Giovan Battista Piranesi), ma è anche il primo libro che ci restituisce quel “guardare” l’arte con l’attenzione che merita. “Museo Piranesi”, non a caso, si è aggiudicato il prestigiosissimo premio “Europa Award 2017”, il più importante riconoscimento europeo nel campo del Cultural Heritage. Nella pubblicazione, che fa un punto definitivo su Piranesi, si scopre che l’artista fu anche uno dei principali mercanti d’arte e restauratori di sculture, vasi, candelabri e frammenti scoperti tra i luoghi più segreti di Roma e che poi collezionava nella sua casa-museo di Palazzo Tomati prima di venderli ai nobili. Sulla base di manoscritti, incisioni e testi dell’epoca, Pierluigi Panza ha identificato dove sono custodite oggi queste opere ricostruendo quello che era il suo museo. La novità, oltre alla validità artistica e scientifica del catalogo, è che Panza (autore anche de “L’inventore della dimenticanza”, uno tra i più potenti romanzi degli ultimi 50 anni, edito da Bompiani) ci offre una “lettura” quasi da “grand tour” ottocentesco: rigoroso ma non accademico, attraverso questo studio, che appassiona anche i non addetti ai lavori o chi non è avvezzo all’incisione, compie una rivoluzione nel modo di concepire i cataloghi e può aiutare il lettore a comprendere come si vive un’opera d’arte.

Non attraverso una fotocamera di un cellulare, ma con il tempo e l’attenzione che merita, con quella “sindrome di Stendhal” che oggi, spettatori paganti di grandi mostre “italiane” per lo più preconfezionate, cerchiamo di evitare. Crediamo di vivere nella Bellezza, ma ne viviamo solo la rappresentazione. Per questo “Museo Piranesi” deve essere letto e vissuto: perché ridà a noi uomini “ludens”, “ridens” e “videns” quella dignità che abbiamo perso. La speranza è che “Museo Piranesi” sia imitato da molti e che non si vedano più cataloghi instant-book da comprare nel bookshop delle varie mostre itineranti. E poi sia l’occasione per riscoprire il genio di Piranesi, amato ad esempio da Marguerite Yourcenar che nei suoi “Carnets” scrive: «Il genio quasi medianico di Piranesi vi ha fiutato l’allucinazione, i lunghi percorsi che la memoria ripercorre, l’architettura tragica del mondo interiore». Proprio il lavoro di Piranesi portò la scrittrice francese a scrivere il suo capolavoro “Memorie di Adriano».

«La forza del mito di Piranesi - annota Panza - è proprio ribadita dalla capacità che le sue creazioni hanno avuto nel generarne altre, come l’opera della Yourcenar». La prossima opera, è qui è la bellezza regalata da Panza-Piranesi, può essere quella dei lettori di questo inedito Piranesi. Più che un libro, un’esperienza non solo visiva, ma un viaggio in carrozza capace anche di spingerci fuori dalla nostra libreria Ikea.

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