Mercoledì 15 Aprile 2009

Sculture di legno
che sembrano vive

di Alberto Rovi

L’esposizione al Castello Sforzesco, davanti alla "Pietà Rondanini", del "Crocifisso" attribuito a Michelangelo, opera lignea di modeste dimensioni recentemente acquistata dallo Stato italiano, dovrebbe sollecitare l’attenzione su un tema centrale dell’arte occidentale. Quella del crocifisso è immagine tanto necessaria ai luoghi del culto, pubblici o privati, da essere stata spesso prodotta serialmente e perlopiù in un materiale, il legno appunto, che oltre ad essere meno costoso e consentire anche dimensioni di grandezza naturale, porta con sé, immediatamente nel suo presentarsi, i segni dell’autenticità dell’oggetto venerato: di legno era la croce. Iconologicamente dunque il crocifisso richiama e richiede il legno, più di qualsiasi altro materiale. C’è un tipo particolare di crocifisso ligneo, quello snodabile, che rischia di essere relegato fra le curiosità etnografiche perché, per sua intrinseca necessità, talora risulta meno artisticamente forbito, in quanto anatomicamente imperfetto. Ve ne sono di dimensioni relativamente modeste, come quelli esposti a Bergamo nel Museo Diocesano Adriano Bernareggi, accanto alle Madonne da vestire, affini a quelle proprio perché sculture manipolabili. Le braccia e la testa mobili si adattavano al rito collettivo del Venerdì santo, quando, schiodati piedi e mani, il corpo veniva distaccato dalla croce per essere adagiato su un cataletto: le braccia venivano allora ruotate e distese lungo i fianchi, pur senza potervele accostare completamente secondo natura; la testa, che in quei crocifissi pende lateralmente, veniva reclinata all’indietro, per il compianto dei fedeli. Sacre rappresentazioni di questo genere dovevano essere non infrequenti e molto coinvolgenti. L’atteggiamento religioso che presuppone quel tipo di manufatto è quello della sacra rappresentazione, la forma tardo-medievale del teatro capace di trascinare attori e pubblico dentro una commossa coralità che aveva trovato stimoli nella spiritualità del XIII secolo, promossa soprattutto dall’esempio di Francesco d’Assisi. È verisimile che per la realizzazione della liturgia della deposizione, che richiedeva l’intervento di più persone e un’operatività manuale specifica, si ricorresse alla partecipazione di membri di confraternite. L’Annunciata di Como era per l’appunto una confraternita che possedeva uno di quei crocifissi divenuto poi celebre. La destinazione "popolare" dei crocifissi snodabili è anche la causa del loro oblio. Quel tipo di partecipazione troppo coinvolgente fu dapprima moderata e poi spenta in età controriformista. Si può constatare come quei crocifissi siano divenuti negli ultimi secoli, da mobili che erano, fissi, un po’ come avvenne per altre opere scultoree che "interagivano" con il fedele nei gesti della devozione popolare: si pensi alla chiusura con grate delle cappelle del Sacro Monte di Varallo prima percorribili dal pellegrino che si accostava alle statue delle storie sacre. Il più illustre dei crocifissi con le braccia snodabili è il famoso "Crocifisso" di Donatello realizzato per i francescani di S. Croce in Firenze: Giorgio Vasari racconta nelle sue 2Vite dei più eccellenti pittori scultori e architetti" l’aneddoto della riprovazione dell’amico Filippo Brunelleschi che avrebbe accusato Donatello di aver messo in croce «un contadino», per la muscolatura troppo energica dell’uomo crocifisso, mentre Brunelleschi scolpì un’immagine più nobile e idealizzata, con le braccia fisse, per i domenicani di S. Maria Novella. «Almeno all’inizio del Trecento, in Italia come nei paesi germanici, per la rappresentazione liturgica della "Deposizione di Cristo dalla croce" nei riti del Venerdì santo furono adibiti crocifissi con braccia pieghevoli, che potevano essere schiodati e deposti nel sepolcro» scrive Guido Gentile nel saggio "Sculture per l’immaginario religioso" nel volume III "Del vedere: pubblici, forme e funzioni" per Arti e storia nel Medioevo (Einaudi, 2004). Più vicino alle linee di Brunelleschi, che ad opere trecentesche, come si è indirettamente sempre accettato ritenendolo giunto a Como nel 1401, è il venerato "Crocifisso dell’Annunciata", che ha capelli e barba veri, braccia e testa snodabili, ma, dopo il riconoscimento del miracolo delle catene del 1529, possiamo presumere non sia più stato schiodato se non per la sostituzione della croce e per esigenze tecniche di conservazione: fissato anche iconograficamente all’immagine della croce, sempre invariabilmente inscritta in un tendaggio rosso romboidale che ricorda vagamente un aquilone, fra gli angeli che reggono le catene spezzate del ponte di S. Sebastiano. Occorre l’incidente che vede staccarsi il braccio dalla spalla durante la processione del Venerdì Santo, perché ci si ricordi a quale tipologia appartiene. Ma anche altri crocifissi snodabili sono stati fissati. Un preciso ordine fu emanato dal vescovo Giovan Francesco Bonomi nel 1578 per quello di Rovellasca, poi pesantemente rimaneggiato ed ora in fase di restauro. Fu fatto collocare in alto, probabilmente sulla trave dell’arco trionfale della chiesa parrocchiale, poi rimosso a metà ’800 e collocato nella chiesa di S. Marta. Così accadde in un paese svizzero dell’alta Val di Blenio, Ghirone, dove un bel crocifisso è collocato sull’arco trionfale: il restauro di Donatella Beretta lo ha rivelato snodabile e di sorprendente analogia con quello di Como e confrontabile con altri esemplari ticinesi. La datazione al Quattrocento tardo dell’opera ticinese è d’aiuto nello spostare a quel secolo la datazione del Crocifisso di Como che la tradizione vuole giunto in città dopo il Giubileo del 1400 ad opera di pellegrini francesi di ritorno da Roma. Ho affrontato questo problema in uno studio pubblicato sull’ Archivio Storico della Diocesi di Como (volume 15, 2004). Probabilmente più antico, ma sempre quattrocentesco, dovrebbe essere il "Crocifisso" snodabile oggi in S. Provino di Como, con capelli e barba veri, di analoghe dimensioni, ma in preoccupante stato di conservazione.

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags