Se De André canta De André
«Lo racconto ai più giovani»

Il figlio Cristiano lunedì sera all’Alcatraz di Milano con “Storia di un impiegato”

Una nuova tournée “nel nome del padre”, “Storia di un impiegato” dove Cristiano De André, cantante e autore a sua volta, polistrumentista di eccezionale livello, porta in scena il repertorio di Fabrizio, il poeta della canzone per eccellenza, amatissimo in vita, compianto dopo la scomparsa avvenuta nel 1999, celebrato da più parti con alterne fortune, soprattutto in quest’anno in cui si celebra il ventennale.

Ma, diciamocelo, nessuno interpreta De André come De André, e non si tratta solo di Dna. Cristiano è stato sul palco fin dai primi anni Ottanta, suonando chitarra, violino, strumenti etnici, in pratica “doppiando” il ruolo di un maestro come Mauro Pagani fino a diventare il direttore musicale dei concerti, accontentando il desiderio di perfezione paterno.

«Per lui le canzoni dovevano essere suonate dal vivo esattamente come erano sul disco. Soltanto quando suonò con la Premiata Forneria Marconi accettò che stravolgessero gli arrangiamenti degli album, ma da allora quelle divennero le versioni definitive, da riproporre. Voleva sentirsi sicuro, quando saliva in scena. Con questo progetto, invece, posso lavorare su quei brani, proporli in maniera differente, magari anche più vicina al gusto delle nuove generazioni che scoprono mio padre solo ora».

E quei brani sono tra i più particolari della produzione di De André senior così come quell’album resta un elemento a parte in tutta la sua discografia. “Storia di un impiegato” è il quarto di una serie inaugurata da “Tutti morimmo a stento”, dove cantava la morte ispirandosi ai poeti francesi, e proseguita con “La Buona Novella”, tratto dai Vangeli apocrfi, e con “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, ispirato all’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters.

Pur realizzato con gli stessi collaboratori del disco precedente, vale a dire Giuseppe Bentivoglio per i testi e un giovanissimo Nicola Piovani per le musiche, è un disco diverso. Non ha fonti letterarie e, per alcuni versi, raccoglie degli spunti autobiografici per trasfigurarli immediatamente. Come il protagonista, Fabrizio era impiegato nelle scuole del padre mentre dilagava il Sessantotto per il quale, del resto, era troppo vecchio (aveva 28 anni ed era già sposato e padre di Cristiano). Non partecipò, quindi, a quell’esperienza, ma rileggendola un lustro dopo si immaginò una svolta possibile, con una ribellione personale, una bomba portata a un ballo di potenti che esplode malamente, un processo e poi il carcere, un sogno che si infrange.

Racconta Cristiano: «Dopo che avevo arrangiato l’ultimo tour del 1998, mio padre mi chiese di portare avanti il suo messaggio e la sua memoria. Mi è parsa una bella cosa proseguire il suo lavoro caratterizzando l’eredità artistica con nuovi arrangiamenti, che possano esprimere la mia personalità musicale e allo stesso tempo donino un nuovo vestito alle opere, una mia impronta. Con questo tour voglio risvegliare le coscienze, mio padre diceva che noi cantanti portiamo un messaggio e in questo non posso che appoggiarlo».

Domani sera il concerto all’Alcatraz di via Valtellina 25 a Milano, biglietti a 28,75 euro.

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