Gravedona, l’alpino dimenticato
«Mai un invito al reduce di Nikolajewka»

Carlo Poncia, 99 anni, ha trascorso 14 terribili mesi in Russia. Il nipote: «Un uomo così merita di più»

Gravedona, l’alpino dimenticato «Mai un invito al reduce di Nikolajewka»
Carlo Poncia, 99 anni, è uno degli ultimi testimoni della tragedia di Nikolajewka

Ha 99 anni ed è uno dei pochissimi reduci di Nikolajewka ancora in vita, ma i drammi e i sacrifici vissuti quasi ottant’anni fa li ha potuti raccontare solo a parenti e amici. Carlo Poncia, classe 1922, è l’alpino dimenticato. «Mai un invito a una cerimonia, mai un riconoscimento o anche solo una stretta di mano di un’autorità in pubblico» lamenta il nipote Gaetano Poncia, titolare dell’omonimo bar in cui l’anziano reduce, fino a un anno fa si recava tutti i giorni a bere un caffè. «Mio zio è uno degli ultimi testimoni viventi di tragici fatti storici che hanno segnato il nostro Paese e mi piacerebbe che potesse ricevere almeno un applauso in una sala mentre qualcuno lo premia». Nel gennaio del ’43 Carlo Poncia era uno degli alpini del battaglione Morbegno chiamati a sfidare l’Armata Russa, con la seconda Divisione alpina Tridentina, per consentire di completare una ritirata resa tragica dal gelido inverno russo. Con il nemico che bloccava ogni via di fuga dalla sacca del Don, i soldati italiani riuscirono a crearsi un varco che consentì ai superstiti delle truppe dell’Asse di uscire dalla Russia.

Più di 40 mila uomini, tuttavia, rimasero indietro, morti nella neve perché mal equipaggiati, dispersi o catturati. Se ne salvarono poco più di 13 mila e, tra loro, c’erano Carlo Poncia e il fratello Lucio. «Ho trascorso quattordici terribili mesi in Russia, dal giugno del ’42 al settembre del ’43 – rievoca l’alpino Poncia con una lucidità sorprendente – Il rancio era costituito per lo più da bucce di patate, ma la morte in faccia l’ho vista soprattutto a Nikolajewka, in mezzo alla neve e alla tormenta, con pochi stracci addosso. Dopo la tragica battaglia non si vedeva più nemmeno la neve: a terra c’era solo un ammasso di corpi senza vita». L’alpino gravedonese rimase ferito a una gamba da una scheggia di mortaio, ma per fortuna trovò una famiglia che lo curò. Il rientro fu solo una fugace illusione: mentre il fratello era già riuscito a tornare a Gravedona dove divenne un capo partigiano, Carlo venne fatto prigioniero dai tedeschi a San Candido e deportato in Germania in un campo di lavoro, subendo situazioni ai limiti della sopravvivenza. Nel campo di lavoro di Lipsia conobbe anche una giovane slava che divenne poi sua moglie e nell’aprile del ’45, ironia della sorte, venne liberato proprio dai russi. L’unico riconoscimento, per lui, è una medaglia conferitagli del Ministero della Difesa anni addietro, senza alcuna cerimonia. «Mio zio non ha mai preteso nulla – conclude il nipote Gaetano – ma un uomo così meriterebbe qualcosa di più».

(Gianpiero Riva)

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