Chiude la storica tintoria Lomazzi: trenta lavoratori perdono il posto

Tessile L’azienda ha cessato l’attività produttiva a inizio febbraio ed è in liquidazione. La crisi è precipitata a causa del mancato arrivo di una importante commessa internazionale

Como

La Tintoria Lomazzi di Tavernola, storica realtà industriale comasca fondata nel 1920, ha cessato ogni attività produttiva. Nei primi giorni di febbraio si è aperta una fase di liquidazione che coinvolge una trentina di dipendenti. La crisi, precipitata dopo il mancato arrivo di una fondamentale programmazione di ordini, ha portato alla nomina di un liquidatore, Erol Garbin, incaricato dal Tribunale per gestire la chiusura e la vendita degli asset aziendali.

Con lui si interfaccia, per conto dei lavoratori, Dario Cerliani, segretario della Filctem Cgil di Como, in un clima collaborativo: «l’azienda non è più in mano alla proprietà Lomazzi. In fase di liquidazione si stanno vendendo i beni e chiudendo gli ultimi ordini rimasti, poi si procederà con un licenziamento collettivo dei lavoratori. Non sappiamo ancora se si andrà verso una liquidazione giudiziaria, ovvero un fallimento, o se l’azienda chiuderà in bonis».

Le parti sociali si stanno adoperando perché l’azienda incentivi l’esodo dei lavoratori che ancora non sanno cosa accadrà.

L’attesa

Le perizie dei tecnici sui macchinari e sugli immobili saranno determinanti per definire il quadro creditorio. Nel frattempo, i lavoratori si trovano in una condizione di attesa forzata. «Attualmente i lavoratori sono a casa retribuiti perché non è stato aperto uno stato di agitazione - spiega Cerliani - quando vengono chiamati per evadere gli ultimi ordini vanno in fabbrica, ma per il resto stanno svolgendo le procedure prodromiche alla chiusura definitiva».

Una delle particolarità di questa crisi risiede nella scelta di non attivare gli ammortizzatori sociali classici. La cassa integrazione ordinaria non è utilizzabile per assenza di ordini, mentre quella straordinaria è stata scartata di comune accordo tra sindacato e maestranze.

«Non hanno aperto la cassa integrazione - precisa l’esponente della Cgil – i lavoratori stessi, avendo due mesi di arretrati, preferiscono che il liquidatore saldi gli stipendi per poi essere liberi di trovare un altro posto di lavoro. Molti di loro, fortunatamente, hanno già trovato una nuova occupazione. Per gli altri si lavora nella direzione degli incentivi da parte dell’azienda».

Per chi non ha ancora una ricollocazione la strada tracciata è quella della Naspi, il sussidio di disoccupazione che garantirebbe una copertura economica per circa un biennio.

Il confronto

Il confronto tra sindacato e liquidatore si è concentrato sulla messa in sicurezza delle spettanze pregresse. I dipendenti vantano crediti relativi alle mensilità di dicembre e gennaio, oltre alla tredicesima mensilità.

Dario Cerliani sottolinea l’efficacia del dialogo intercorso con il liquidatore: «abbiamo stretto un accordo per pagare prioritariamente ciò che non sarebbe garantito in caso di fallimento. Il liquidatore ha già iniziato a versare acconti sulla tredicesima utilizzando i primi incassi ricevuti. In questo modo andiamo a tamponare e ridurre il rischio di perdita dei crediti dei lavoratori». Resta invece l’incognita sulla mensilità di febbraio, che verosimilmente finirà nel computo delle passività da liquidare.

La vicenda della Lomazzi di Tavernola rappresenta l’ennesimo segnale di fragilità per il comparto manifatturiero locale, dove la dipendenza da commesse internazionali espone le piccole e medie imprese a rischi sistemici improvvisi. «L’azienda era in attesa di un grosso ordine da parte di una società, ma la programmazione non è arrivata. Si sono trovati, purtroppo e improvvisamente, senza una importante commessa» conclude Cerliani. L’obiettivo delle prossime settimane resta la chiusura rapida delle trattative per consentire ai trenta addetti di svincolarsi formalmente e accedere alle tutele previste entro la fine del mese.

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