Cinque mesi a Kabul. «In ospedale per aiutare, sogno ancora i bambini»

Sul campo Martina Polato è specializzanda in Anestesia e Rianimazione. «Appena prenderò il titolo, voglio ripartire per un progetto umanitario»

Como

«Tornare a Kabul era come imbattersi in un vecchio amico e scoprire che la vita era stata impietosa con lui, privandolo di tutto», con queste parole lo scrittore Khaled Hosseini ci parla di una delle città più difficili in cui imbattersi.

Una delle tante sensazioni provate da Martina Polato, trent’anni e un orizzonte infinito di scelte davanti a sé, specializzanda in Anestesia e Rianimazione presso l’Università dell’Insubria e una scelta importante che l’ha portata per cinque mesi - a settembre dello scorso anno - nel cuore dell’Afghanistan nell’ospedale di Emergency a Kabul e nel centro chirurgico di a Lashkar-gah.

«In Afghanistan ho trovato dolore, forza e umanità, ma ho già fatto richiesta per tornare appena avrò terminato la specializzazione (in febbraio)». Inizia così il racconto della specializzanda dell’Insubria che ha lasciato il cuore nei sorrisi dei bambini e delle bambine curate e in una popolazione per nulla ostile nei suoi confronti – una donna occidentale senza velo – tanto dall’aver creato forti legami.

È innegabile che l’Afghanistan sia un paese ostile per le donne, tanto da non poter essere curate dagli uomini, ma solo da personale sanitario di sesso femminile.

Mancano solo due mesi alla fine della specializzazione, quando per Polato si potranno aprire ulteriori scenari, lei si definisce «una mosca bianchissima», l’unica del suo anno ad aver scelto di restare specializzanda fino all’ultimo, per ottenere l’equipollenza del medico strutturato.

Una scelta inconsueta, spiega, «ma che mi ha permesso di fare tutto quello che ho fatto e di sentirmi libera, anche di seguire il mio fervore e di andare in Afghanistan».

La volontà di partire nasce però da lontano, da una necessità «Ho sempre sentito il bisogno di provare a restituire qualcosa. Quando ho scelto Medicina, l’idea di partire per aiutare senza volere nulla in cambio si è fatta più concreta».

Una volta giunta all’ultimo anno di specializzazione è salita su un volo per Kabul e da quel momento in poi niente è più stato lo stesso.

«Sono stati mesi intensissimi, alienanti e nello stesso tempo colmi di bellezza – racconta - Sapevo delle mine, degli incidenti con auto vecchissime, delle ferite da arma bianca. Ma vederlo diventare la propria routine è decisamente diverso». Un approccio difficile con il lavoro ospedaliero, quando gli occhi si riempiono di tutte le brutture che vedi intorno a te, ma che ha saputo regalarle anche diverse sorprese.

«Con il popolo afghano ho costruito rapporti meravigliosi – ricorda la specializzanda – come medico mi rispettavano, mi ascoltavano, avevano voglia di imparare. Mi sono sentita molto vicina a loro».

La difficoltà maggiore arriva al rientro «Il ritorno alla normalità e alla vita di tutti i giorni è stato difficile – spiega Polato – La verità è che passi mesi chiusa in un compound, sempre con le stesse persone, poi rientri alla tua vita e ti senti decentrata. Ho scelto solo ora di parlarne, forse avevo bisogno di elaborare tutto quello che avevo vissuto».

Il ricordo più duro arriva dal sud del Paese, dove la presenza talebana è più radicale. «Lì le donne non possono essere guardate né toccate dagli uomini. E quasi tutto il team era maschile, c’eravamo solamente io e un’altra collega». Sono diversi i momenti che la specializzanda tiene stretti nei suoi ricordi e che non cancellerà mai. «Sono tanti. Bambine, donne, anche tanti bambini. Me li sogno ancora. Alcuni li ho visti tornare a casa e mi si riempie il cuore. Altri non ce l’hanno fatta, quelli pesano sempre di più».

A tenerla in equilibrio, è stato un piccolo gruppo di colleghi con cui ha stretto un forte legame di amicizia. «Un’infermiera che ora lavora in Somalia e un medico napoletano. Ci siamo presi carico a vicenda, abbiamo provato a correggere quello che vedevamo. Non abbiamo risolto i problemi, certo, ma credo che qualcosa l’abbiamo lasciato. Alcuni specializzandi afghani li sento ancora, ho aiutato qualcuno con la tesi, altri mi chiedono articoli o lezioni. Si è creato un legame che mi spinge a tornare da loro».

Sì perché Martina Polato ha le idee piuttosto chiare anche se le strade da intraprendere sono le più svariate «Appena prenderò il titolo, voglio ripartire per un progetto umanitario. Ho già contattato varie ong che lavorano in Afghanistan».

Poi ci sono il lavoro in Italia e un possibile dottorato – «forse a Milano o a Bruxelles» – ma senza fretta. «Mi sono lasciata lo spazio per capire. La prima volta non ero davvero pronta, ci ho messo mesi a rientrare nella mia vita. Ora voglio vedere se posso far combaciare tutto».

Poi aggiunge: «Io sono partita con un entusiasmo enorme, quasi accecante, come Icaro mi sono un po’ schiantata. L’entusiasmo serve, ma va bilanciato con lucidità. Perché è bellissimo, ti dà tantissimo, ma è anche durissimo. E cambia tutto».

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