Decreto lavoro: incentivi a chi assume giovani disoccupati e tutela contro il “caporalato algoritmico” sui rider
Economia Il consiglio dei ministri ha approvato una serie di misure per stabilizzare i precari e favorire l’introduzione di un “salario giusto”
Roma
Martedì 28 aprile il consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge sul lavoro presentato in conferenza stampa e promosso come “decreto primo maggio”, che prevede lo stanziamento di quasi un miliardo di euro e che, secondo quanto detto dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni, dovrebbe riguardare circa quattro milioni di lavoratori.
I bonus previsti
Favorito l’inserimento di giovani e donne disoccupati e la stabilizzazione di contratti a termine per gli under 35
Tra gli interventi previsti dal decreto legge ci sono diversi bonus che prevedono sgravi fiscali per le aziende che assumeranno lavoratori precari. In particolare, è stato deciso che le aziende che assumeranno donne e giovani under 35 disoccupati da almeno due anni saranno esonerate dal pagamento dei contributi previdenziali per un periodo di due anni (con un tetto massimo di 500 euro al mese, che salgono a 650 se le imprese si trovano nelle regioni del Sud oppure nelle Marche o in Umbria). Un altro bonus è riservato invece alle aziende con meno di dieci dipendenti situate nelle regioni del Sud che assumano lavoratori disoccupati da almeno due anni e over 35. Si prevede poi un altro esonero contributivo del 100%, con tetto massimo a 500 euro, per due anni, per le imprese che trasformano il contratto a termine di un giovane che abbia meno di 35 anni in un contratto a tempo indeterminato, favorendo un incremento del numero di dipendenti in azienda (il bonus non scatta se l’assunzione si configura come sostituzione) e se la stabilizzazione del contratto viene effettuata tra agosto e dicembre 2026.
L’obbligo di applicare il “salario giusto”
C’è però un minimo comun denominatore all’introduzione di tutti questi bonus: l’applicazione di quello che il governo definisce “salario giusto”. Ovvero, il salario definito dai contratti di lavoro nazionali concordati tra datori di lavoro (Ccnl), associazioni di categoria e principali sigle sindacali, cercando così di scoraggiare i cosiddetti “contratti pirata”. Il datore di lavoro per poter godere degli sgravi fiscali dovrà applicare non i minimi retributivi previsti dal contratto di lavoro nazionale bensì il Tec, ovvero il trattamento economico complessivo che al trattamento economico minimo somma gli elementi retributivi aggiuntivi come welfare, previdenza complementare e assistenza sanitaria. Il governo nel decreto ha anche specificato che per le professioni per le quali non è previsto un Ccnl si dovrà tenere conto del contratto nazionale di professionisti che svolgono il lavoro più simile.
Per accedere alle piattaforme tramite cui lavorano i rider ora servirà lo Spid, la carta d’identità digitale o un’identificazione a due fattori
Un altro aspetto introdotto nel decreto legge - che dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni - è quello che riguarda il contrasto al “caporalato algoritmico” ovvero allo sfruttamento del lavoro di chi riceve incarichi tramite piattaforme digitali, come nel caso dei rider che si occupano di consegne, prevalentemente di cibo. Il decreto impone che al momento dell’accesso alla piattaforma il lavoratore venga identificato tramite Spid, carta nazionale dei servizi, identificazione a due fattori o carta d’identità elettronica) allo scopo di evitare che una persona possa creare più account sulla piattaforma per permettere l’accesso a lavoratori che, essendo privi di documenti, non potrebbero effettuarlo su richiesta però di pagamento o trattenendo parte dei guadagni ottenuti sulla piattaforma stessa. Sono previste sanzioni da 600 a 1.200 euro e fino a 1.500 euro per ogni profilo in più legato a uno stesso codice fiscale. E sempre riguardo ai rider, il decreto prevede anche l’introduzione del regime di tassazione agevolato al 5% sulle mance, come già avviene nel caso di camerieri e personale di alberghi, bar e ristoranti.
Conciliazione famiglia-lavoro
Per favorire la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare il decreto introduce uno sgravio contributivo per le imprese che adottano la certificazione UNI/PdR 192:2026, un nuovo strumento di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro, che definisce requisiti verificabili e indicatori di performance per le organizzazioni, private e pubbliche, che scelgono di investire in modo strutturato su maternità, paternità, carichi di cura, flessibilità organizzativa, welfare aziendale, salute e continuità di carriera. La misura contenuta nel decreto prevede un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per le aziende in possesso della certificazione collegata alla valorizzazione del sostegno alla natalità e alle esigenze di cura, con una misura fino all’1 per cento e nel limite massimo di 50.000 euro annui per ciascuna impresa.
Lo strumento del decreto legge
La scelta del consiglio dei ministri, in linea con quelle frequentemente operate dall’entrata in carica del governo, è stata di introdurre queste novità sul fronte del lavoro tramite un decreto legge, ovvero uno strumento normativo avente forza di legge che però, secondo la Costituzione, dovrebbe essere adottato solo in casi straordinari che richiedano massima urgenza nell’approvazione della norma. Il decreto legge infatti entra in vigore il giorno stesso in cui viene pubblicato in Gazzetta ufficiale ma perde di efficacia se non viene convertito in legge, anche con eventuali modifiche, entro 60 giorni dal Parlamento, che viene coinvolto quindi solo in una seconda fase del processo normativo, a differenza di quanto avviene invece nel caso di approvazione ordinaria della legge che viene preliminarmente valutata e discussa in entrambe le camere, e a cui viene richiesto di esaminare e votare la legge in tempi brevi.
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