Investimenti AI triplicati, ma c’è ancora poca formazione

Report Pmi Carenza di competenze e visione strategica. Per la manifattura la sfida è il ridisegno dei processi attraverso l’integrazione tra macchine e dati digitali

como

Gli investimenti delle pmi in Intelligenza Artificiale sono triplicati, una tecnologia utile anche contro i cyberattacchi. In questo contesto, la formazione e le competenze diventano sempre più decisive.

Secondo i dati dei Punti impresa digitale delle Camere di Commercio, elaborati da Unioncamere, in quattro anni il numero delle piccole e medie imprese che hanno investito nell’AI è passato dal 6 al 18%, ma il suo utilizzo deve ancora entrare nei processi e nelle funzioni aziendali, mancano le competenze per interpretarne le potenzialità e incorporarla nei propri modelli di business: «Le imprese faticano a disporre al proprio interno delle professionalità necessarie per comprendere appieno i vantaggi offerti dall’adozione di tecnologie come l’AI, ed è evidente che quanto più un’azienda è strutturata e complessa, tanto più lo è anche l’implementazione di queste soluzioni» sottolinea Stefano Poliani, consigliere incaricato Area Innovazione Confindustria Como e presidente Digital Innovation Hub Lombardia.

Il rapporto mostra come le aziende che operano su strutture più semplici e su documenti già gestibili in digitale, riescano a sfruttare meglio queste tecnologie: «Per un’impresa manifatturiera la sfida è diversa, si tratta di far dialogare le macchine e di integrare processi complessi. Più un’azienda è strutturata, maggiore è la complessità dell’implementazione che richiede capacità di visione e competenze adeguate». Per ottenere risultati concreti serve più di un semplice miglioramento di piccole parti: «È necessario ridisegnare interamente i processi, solo così l’AI può essere implementata in modo sostenibile e realmente efficace. Oggi molte imprese che hanno adottato l’AI senza una strategia chiara, limitandosi a piccoli ambiti, faticano ancora a ottenere benefici economici significativi. Ancora una volta, la strategia e il ridisegno dei processi risultano fondamentali, così come la formazione e le competenze delle persone all’interno dell’organizzazione».

La diffusione degli strumenti di cybersecurity è cresciuta di sei punti percentuali, coinvolgendo oggi il 41% delle pmi rispetto al 35% del 2021. Gli attacchi ransomware risultano in progressiva diminuzione, così come quelli di natura più marcatamente tecnica, mentre aumenta in modo significativo il phishing, che nel 2025 si conferma la principale causa di incidenti cyber, arrivando a rappresentare il 47% degli attacchi subiti. Il report evidenzia come l’AI, già sfruttata dagli attaccanti, possa diventare un alleato anche dei dipendenti nella difesa quotidiana: «L’AI può aiutare le persone e le imprese a filtrare le mail e a individuare i tentativi di phishing. Allo stesso tempo però, va considerato che anche chi utilizza questi strumenti per attaccare dispone di tecnologie altrettanto potenti. Per questo il punto centrale non è tanto la tecnologia in sé, quanto il ruolo dell’uomo, che deve restare al centro ed essere adeguatamente formato e supportato per usare questi strumenti in modo consapevole».

Poliani osserva come anche dai dati Clusit emerge come molti attacchi riescano proprio a causa della vulnerabilità umana: «La formazione resta un tema centrale, in un mondo sempre più digitale, la cybersecurity diventa cruciale e la sua rilevanza cresce di giorno in giorno. La NIS2 ha certamente spinto le imprese ad aumentare la consapevolezza e il livello tecnologico in materia, ma non basta ancora, è necessario continuare a investire per rafforzare le competenze».

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