Economia / Olgiate e Bassa Comasca
Venerdì 09 Gennaio 2026
La pedagogia della fatica. Il coraggio di essere “Io”
La storia dell’atleta comasca Ivana Iozzia trasforma la maratona in una potente metafora educativa. «Il buio non è un vicolo cieco, è un tunnel: se continui a mettere un piede davanti all’altro, la luce arriva»
Il cronometro segna tempi da élite, ma il vero talento di Ivana Iozzia non si può raccontare esclusivamente con i numeri, pur impressionanti per un’atleta che a 52 anni resta stabilmente tra le migliori maratonete in Italia.
La capacità di aggrapparsi alla corsa come a un salvagente durante tempeste che avrebbero potuto affondarla, come la gestione di un fratello gravemente malato, una simbiosi gemellare da ridefinire, la lotta contro dieci tra melanomi e carcinomi, le ha permesso di far emergere la propria identità e di sviluppare una determinazione da podio. Ivana non corre per fuggire, corre per restare presente a se stessa. La pallavolo è stato il suo primo amore, la corsa la sua vocazione, emersa tardivamente, quasi per caso, quando a 27 anni ha vinto un pettorale per New York in un concorso aziendale. Oggi, tra un allenamento e l’altro, ci racconta come la volontà può abbattere muri che sembrano insormontabili.
Ivana, la tua storia da maratoneta inizia nel 2000, ma la tua sfida alle difficoltà ha radici profonde in una famiglia segnata dalla malattia di tuo fratello Emanuele e dal rapporto naturalmente simbiotico con tua sorella gemella Sonia. Come ha forgiato il tuo carattere di atleta crescere in un contesto così complesso?
Mio fratello è stato il mio primo allenamento alla vita. Per anni sono stata quasi una mamma per lui, pur essendo sua sorella. Quando vivi in una casa che sembra un ospedale, dove il riposo non esiste e ogni notte è una veglia, impari presto cos’è il sacrificio. La corsa è arrivata dopo, ma la capacità di resistere alla fatica, di non mollare quando i polmoni bruciano, l’avevo già imparata assistendo lui. Non serve spaventarsi davanti alle responsabilità. Sono quelle che ci rendono abbastanza forti per affrontare il mondo.
Hai vissuto una simbiosi fortissima con tua sorella gemella, fino a dover intraprendere un percorso per trovare la tua identità individuale. Quanto è stato difficile dire “io” invece di “noi”?
Eravamo un’entità unica, quasi tossica nella sua esclusività. Se ci chiedevano come stavamo, rispondevamo al plurale. Per tutti eravamo “le gemelle”, senza nomi propri. Uscire da quel guscio è stato un atto di coraggio necessario. Ho dovuto imparare che essere diversi non significa essere “meglio” o “peggio”, ma semplicemente unici. La corsa mi ha aiutato in questo: sulla strada sei sola con le tue gambe. Non c’è una sorella che può spingere per te.
Nel 2008, l’anno in cui hai perso tuo fratello, ti è stato diagnosticato un melanoma. Come si trova la forza di continuare ad allenarsi duramente, quando il corpo e l’anima sembrano remare contro?
È stato un anno devastante. Avevo appena dato l’ultimo addio a mio fratello e sono stata operata per un tumore alla gamba. In quel momento la corsa è stata il mio psicologo. Correvo e piangevo. Ricordo gli allenamenti a Livigno e a St. Moritz, e salivo in quota per sentirmi più vicina al cielo, più vicina a lui. Lo sport mi ha aiutato a non chiudermi a riccio e a non lasciarmi distruggere. Ho attraversato il dolore trasformandolo in energia. Quando la vita vi colpisce, trovate una passione che vi costringa a muovervi e non vi permetta di restare immobili nel dolore.
Molti giovani tendono ad arrendersi di fronte alle prime difficoltà o alla mancanza di tempo. Tu ti allenavi dopo notti passate in bianco in ospedale e turni di lavoro inizialmente a tempo pieno. Qual è il segreto della tua gestione del tempo?
Non c’è un segreto, c’è la volontà. Ricordo in particolare un colpo di sonno in macchina mentre andavo ad allenarmi al Segrino dopo una notte di veglia per mio fratello. Sono viva per miracolo. Lì ho capito che dovevo chiedere un part-time e che dovevo organizzarmi diversamente. Ma la verità è che se desideri davvero qualcosa, ti crei il tempo per poterci arrivare. Non serve cercare scuse, io cercavo soluzioni. Lo sport non è un di più ma è ciò che ti permette di rendere meglio anche nel lavoro e nella vita privata, perché ti allena alla disciplina e al raggiungimento degli obiettivi
Hai vinto tre titoli italiani di maratona, hai incassato risultati eccellenti in gare di livello mondiale e continui a correre con tempi eccezionali. Cosa provi quando vedi ragazzi molto più giovani di te mollare alla prima salita?
Mi dispiace per loro, perché si perdono la parte più bella della scoperta di sé. La salita è il luogo dove capisci chi sei. Oggi c’è una bassa tolleranza alla frustrazione: si vuole tutto e subito. La maratona invece insegna l’attesa, l’allenamento alla fatica portata al limite, la costruzione lenta, chilometro dopo chilometro. Ai giovani vorrei trasmettere il piacere della fatica che fa crescere e che ti fa sentire vivo. Non abbiate paura di soffrire un po’ per un obiettivo, focalizzatevi sul lavoro per arrivare al traguardo
Il tuo compagno è anche il tuo allenatore, Eugenio Frangi. Quanto conta avere una squadra affettiva che capisce i tuoi silenzi e le tue fatiche?
È fondamentale. Eugenio conosce i miei ritmi e la mia storia. Sa quando spingere e quando lasciarmi stare. Essere un’atleta a questi livelli richiede una comprensione totale da parte di chi ti sta vicino. Sono una persona piuttosto solitaria, mi porto dietro i residui di un’infanzia dove mi bastava mia sorella. Avere qualcuno che rispetta questa mia natura fa parte dei miei punti di forza.
Tuo fratello non poteva parlare, ma dici che capiva tutto attraverso la musica e le vostre voci. Questo ti ha insegnato un modo diverso di comunicare?
Sì, mi ha insegnato l’empatia profonda, quella che va oltre le parole. Nel silenzio della corsa, spesso riascolto quelle sensazioni. Lui amava la musica, sorrideva quando ci sentiva. Mi ha insegnato che si può essere felici anche con nulla, se si è amati. Questa è una lezione che porto sempre con me: la gratitudine per poter correre, respirare, muovermi. Cose che per molti sono scontate, per me sono un dono quotidiano
Cosa rappresenta per te oggi la scelta della bara bianca per tuo fratello e quel suo ultimo respiro?
È la pace dopo la tempesta. Abbiamo pregato perché smettesse di soffrire, perché la sua vita non era più vita. Accettare la morte come liberazione è stato un passaggio doloroso ma necessario. Mi ha dato una serenità profonda: so di aver fatto tutto il possibile. Questa consapevolezza mi permette di correre leggera, senza pesi sul cuore
Il melanoma ti ha lasciato una cicatrice sulla gamba, ma sembra non aver rallentato il tuo passo. Come vivi oggi il rapporto con la prevenzione e la salute?
Sono molto attenta, ovviamente. Quella cicatrice è un promemoria. Mi ricorda che siamo fragili, ma anche incredibilmente resistenti. Consiglio a tutti, sportivi e non, di ascoltare il proprio corpo. Io mi accorsi di quel neo in Namibia, durante un raduno con Stefano Baldini. Se non avessi avuto la sensibilità di osservarmi, forse oggi non sarei qui. La prevenzione è parte dell’allenamento
Ivana, se dovessi riassumere la tua filosofia di vita in una frase da dedicare a un giovane atleta che sta attraversando un momento buio, cosa diresti?
Direi che il buio non è un vicolo cieco, è un tunnel. E se continui a mettere un piede davanti all’altro, con costanza, prima o poi la luce arriva. Non identificatevi mai con i vostri problemi o le vostre malattie. Voi siete la forza che usate per superarli. La corsa mi ha insegnato che non importa quanto è lungo il percorso, l’importante è non smettere mai di camminare verso la propria identità
Qual è il tuo prossimo traguardo, non necessariamente sportivo?
«Continuare a essere felice in quello che faccio, che sia una corsa in montagna o una giornata di lavoro. E magari riuscire a trasmettere un po’ di questa mia determinazione a chi pensa di non farcela. Vorrei che la mia storia servisse a dire: “Guarda, lei è passata attraverso tutto questo ed è ancora lì che corre. Posso farlo anche io”.
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