Per Filippo Agliati 168esima donazione di sangue. Una missione lunga quasi mezzo secolo

Questa mattina al centro trasfusionale di via Napoleona a Como Filippo ha tagliato il traguardo della sua ultima donazione: a settant’anni deve infatti fermarsi per raggiunti limiti di età dopo aver iniziato nel lontano 1979

Como

Ci sono volti che, al Centro Trasfusionale del Poliambulatorio di via Napoleona, sono diventati parte integrante della vita quotidiana, simboli silenziosi di una dedizione che non conosce pause. Uno di questi è Filippo Agliati, classe 1956, un uomo che ha trasformato un gesto di emergenza in una missione lunga quasi mezzo secolo. Ma quella non è stata una mattina come le altre: con il prelievo di oggi, Filippo ha tagliato il traguardo della sua ultima donazione, raggiungendo la cifra impressionante di 168 prelievi. A 70 anni, il “maratoneta del dono” deve fermarsi per raggiunti limiti d’età, ma lo fa con il sorriso di chi sa di aver compiuto il proprio dovere fino all’ultima goccia.

La sua storia con la donazione inizia in un momento preciso, nel lontano marzo del 1979, quando ancora ventitreenne decise che il suo sangue poteva fare la differenza. «Ero in piazza a Maccio, Villa Guardia - ricorda Filippo. - C’era una grande richiesta di sangue a Milano per alcune trasfusioni urgenti. Così, con diversi amici, decidemmo di iniziare a donare». E da quel giorno, Agliati non ha più smesso.

C’è un aspetto del dono che Filippo vuole sottolineare con forza: la prevenzione. Donare il sangue è anche uno scudo per chi lo offre. Agliati racconta un episodio cruciale: «È successo qualche tempo fa, io stavo bene, o almeno così credevo. Sono venuto a donare, ma dopo pochi giorni è arrivata la telefonata che non ti aspetti: “Filippo, devi venire subito a fare una visita, i valori sono sballati”».

Il Centro Trasfusionale aveva riscontrato anomalie serie, livelli pericolosi che avrebbero potuto degenerare in patologie gravi se trascurati. «Il medico mi ha preso subito in carico - continua il donatore - mi ha dato una dieta ferrea per far rientrare quei parametri. Se non avessi donato, se non avessi avuto quegli esami costanti e gratuiti che l’Avis garantisce, io avrei continuato a mangiare e vivere come se niente fosse. Avrei aggravato il problema senza accorgermene, finché non sarebbe stato troppo tardi. Posso dirlo con certezza: donare il sangue mi ha salvato la vita».

Il momento del congedo porta con sé la consapevolezza di un cerchio che si chiude. «Mi dispiace smettere perché so quanto è utile - conclude Filippo guardando per l’ultima volta quella poltrona che lo ha ospitato per decenni - ma vado via sereno, anche i miei figli hanno deciso di donare, seguono le mie orme».

Il personale del Sant’Anna lo ha salutato con un misto di gratitudine e commozione. In via Napoleona lo conoscono bene: è l’uomo che da quasi cinquant’anni, con la manica rimboccata, regala speranza a chi non conosce. Prova vivente che la solidarietà è un circolo virtuoso: chi dà, alla fine, riceve sempre qualcosa in cambio. A volte, la vita stessa.

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