Smart working in calo nelle Pmi, svolta sulle regole
Norme La riforma mira a rilanciare lo strumento definendo le responsabilità in materia di sicurezza. Nelle piccole imprese è utilizzato sempre meno: -7%
Como
Pmi, lo smart working cambia volto: meno burocrazia e sanzioni più severe sulla sicurezza. Ora il datore di lavoro può adempiere agli obblighi consegnando un’informativa scritta al lavoratore con le indicazioni sui rischi dell’attività in un luogo diverso dalla sede dell’azienda. Ieri, con l’entrata in vigore della nuova legge annuale sulle Pmi, il quadro del lavoro agile subisce una trasformazione profonda che mira a stabilizzare uno strumento spesso percepito con diffidenza dai datori di lavoro. Al centro della riforma non c’è solo un incentivo alla flessibilità, ma un rigoroso sistema di tutele che, se ignorato, prevede ammende severe: le aziende inadempienti rischiano sanzioni fino a 7.500 euro e, nei casi più gravi, l’arresto da due a quattro mesi.
I numeri
I dati dell’osservatorio smart working del Politecnico di Milano mostrano un’Italia a due velocità. Se nel 2025 i lavoratori da remoto sono saliti a quota 3.575.000, il traino arriva dalla pubblica amministrazione e dalle grandi imprese. Al contrario, le Pmi segnano un calo del 7,7%. Per invertire questa rotta, il legislatore ha scelto la via della chiarezza operativa, intervenendo su uno dei nodi più intricati: la responsabilità del datore di lavoro sulla sicurezza in luoghi non aziendali.
Secondo Marco Frisoni, consulente del lavoro a Como presso lo Studio Frisoni e Bisceglie, la nuova norma risolve un’impasse che durava dal 2017: «la legge sulle Pmi è destinata alla realtà medio-piccola che caratterizza il tessuto produttivo italiano e risolve uno degli aspetti critici che rendevano poco popolare lo strumento: la sicurezza sul lavoro. Lo smart working risultava di difficile applicazione perché non erano chiare le responsabilità datoriali rispetto al luogo di adempimento della prestazione, che avviene spesso nell’abitazione del dipendente o in luoghi non nella disponibilità del datore».
La riforma punta tutto sull’informativa scritta. Non si tratta di un nuovo obbligo formale, ma di un potenziamento della sua efficacia giuridica. «La legge prevede che il datore adempia agli obblighi consegnando un’informativa scritta al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – spiega Marco Frisoni - questo documento deve contenere le indicazioni sui rischi: uso dei videoterminali, postura corretta, pause e rischi. Con la consegna di quell’informativa, il datore ha adempiuto ai suoi obblighi per l’attività resa da remoto. È un meccanismo ragionevole per contemperare le esigenze di sicurezza in luoghi dove il datore non ha accesso».
Sanzioni più aspre
Non si tratta però di una liberatoria dalla responsabilità. Al contrario, l’apparato sanzionatorio è stato inasprito proprio per garantire che la valutazione dei rischi sia reale e non un semplice adempimento burocratico. «Non dobbiamo immaginare che questa norma sdogani le responsabilità - avverte Frisoni - l’informativa deve essere chiara, intellegibile e figlia di una valutazione dei rischi pregressa. Inoltre, è bene che le parti concordino di limitare i luoghi di svolgimento della prestazione, identificando magari solo il domicilio. Più il luogo è vario, polverizzato, come un parco pubblico, maggiori sono i rischi».
In un contesto segnato dal caro carburante e dalle spinte europee verso il risparmio energetico, lo smart working diventa anche una leva di welfare indiretto. «Attivare qualche giorno di lavoro da remoto significa concedere un beneficio di minor spesa per gli spostamenti e contribuire al risparmio delle riserve nazionali - conclude Marco Frisoni – è una chance che viene offerta alle imprese ed è giusto che venga osservata con rigore, mettendo sempre al primo posto la salute, che non è negoziabile».
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