Tessile, tempi duri. Ordini fermi e la Turchia fa paura

Il caso L’imprenditore Taborelli: «Da un paio di mesi stiamo assistendo a una contrazione delle commesse». Ankara favorita da manodopera e regole doganali

Si profila un autunno denso di preoccupazioni per gli operatori del tessile abbigliamento. Gli industriali comaschi non minimizzano affatto il rallentamento degli ordini e la sempre più agguerrita concorrenza turca.

«Il tessile di Como è in difficoltà - dichiara Andrea Taborelli, amministratore delegato dell’omonima tessitura. -Da un paio di mesi stiamo assistendo a una progressiva contrazione delle commesse. Il 2022 è stato un anno di grandi risultati e il trend è proseguito nel primo semestre del 2023. Il calo non è paragonabile a quello del periodo pandemico, ma suscita allarme perché interessa tutte le fasce di mercato: il mass market gestito dalle grandi catene per la minor disponibilità di spesa delle famiglie colpite dall’inflazione e il luxury market gestito dai grandi marchi per la crisi della Cina».

Politica concorrenziale

Secondo l’imprenditore la situazione non si risolverà nel breve periodo, potremmo essere sull’orlo di una fase recessiva i cui tempi sono difficili da pronosticare.A questa incognita si aggiunge poi lo spettro di una concorrenza sempre più aggressiva. «A spaventare è soprattutto la Turchia - spiega Taborelli - Dal 1991 fa parte dell’Unione doganale istituita dall’Ue senza però l’obbligo di rispettare le regole europee. Da tempo lo Stato ha messo a punto una politica concorrenziale ben precisa per giocare un ruolo chiave nella fashion industry mondiale e ci sta riuscendo con indubbio successo grazie a una serie di vantaggi, dal minor costo della mano d’opera alla mancanza di garanzie di tutela ai lavoratori. Questa realtà è talmente cresciuta che alla fiera francese Première Vision oggi ci sono più espositori turchi che italiani. Gli stand comaschi sono addirittura accerchiati tanto che sempre numerose aziende lariane stanno pensando di sfilarsi dall’expo parigino».

Anche il rientro delle produzioni in Europa dalla Cina ha favorito soprattutto la Turchia. «I grandi brand hanno stanno dirottando lì le commesse dal Bangladesh e da altri Paesi del Far East».

Nel 2022 tessile e abbigliamento in Turchia rappresentavano il 17% della produzione totale nazionale con un’occupazione di 1,2 milioni di addetti. Con una quota pari al 6,7% del Pil totale, la produzione complessiva dell’industria tessile e dell’abbigliamento nell’anno passato è arrivata a valere 79 miliardi di dollari. E guardando alla mappa dell’export, il mercato d’elezione è rappresentato primariamente dall’Unione Europea, che vanta una quota del 70 per cento, anche se negli ultimi anni la Turchia sta potenziando il suo business in alcuni paesi transatlantici come Stati Uniti, Brasile, Argentina, Canada, alcuni paesi della Penisola arabica e dell’Asia orientale. Negli ultimi cinque anni, le esportazioni negli States sono aumentate di oltre il 60% e il mercato d’oltreoceano rappresenta un prioritario obiettivo di crescita. Ma con quali armi il Made in Como può difendere le sue quote di mercato?

Sensibilizzare il consumatore

«Il nuovo regolamento sull’Eco Design rappresenta un’opportunità, la definizione di una normativa per produzioni europee sempre più green. Un ulteriore passo avanti perché molto è già stato fatto, soprattutto in Italia, dove le filiere hanno iniziato per prime questo percorso virtuoso», dice Taborelli che aggiunge: «Fondamentale anche una campagna di sensibilizzazione rivolta al consumatore. La battaglia da vincere è quella dell’obbligo di un’etichetta con l’indicazione dell’origine dei quattro passaggi sostanziali per poter permettere scelte consapevoli ai consumatori che desiderano acquistare un capo made in Italy ma che non sia solo confezionato, ma anche tessuto, tinto e/o stampato in Italia».

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