Il Como tra magia e antichi ricordi

la gioia quasi il delirio per il mio amato Como, tutto azzurro come il suo celebre lago, giunto disinvoltamente in Europa, per me non è sentimento del tutto nuovo. Già l’ho vissuto, anche se con sospiri molto diversi, ma altrettanto appassionati, molti anni fa. Sono vecchio (molto) e 77 anni fa ebbi la bella ventura di assistere il Como conquistare la serie A.

Quella volta la massima serie, adesso l’Europa: doppia dunque è la gioia per uno come me che è nato, quando ancora la guerra non c’era, a poche centinaia di metri dallo stadio Sinigaglia. Difficile e inutile, pretestuoso, fare un confronto fra i due entusiasmi, le due gioie. Quella volta, così ormai lontana, ero un bambino di undici anni e le realtà diverse. Temperati erano gli umori della gente, l’atteggiamento dell’immenso schieramento di tifosi. Discreti e ancora deboli erano i veicoli a disposizione per trasmettere, godere assieme al prossimo dei successi della nostra squadra. Non c’era ancora la televisione, i giornali concedevano poco spazio allo sport, anche se La Provincia annunciò la prima partita del Como in serie A con titoli a caratteri cubitali. Adesso l’entusiasmo viaggia forte sui social, sui giornali, nei servizi televisivi. E quindi irrompe salendo alle stelle e conquistando slogan come quello bellissimo “la storia siamo noi”. Un tempo invece l’elettricità era solo di poche candele, comunque già assai colorata. Per condividere gioie e entusiasmi, fare apprezzamenti, lodi e qualche critica.

Immancabili erano anche in quei tempi, le calorose e urlanti adunanze nei bar e nei piccoli e grandi saloni delle barberie. “El barbée” anche per attirare clienti si vantava di essere un grande esperto di calcio e quindi, le discussioni, durante l’attesa del rasoio erano sempre molto intense. I miei sono i ricordi labili, molto sfumati di un bambino di qui tempi sicuramente assai belli. Posso però trasmettere le mie emozioni grazie ai racconti che spesso faceva il papà, grande appassionato del calcio. Grazie al babbo fui presente al Sinigaglia quella prima volta che il Como esordì in serie A. Era l’11 settembre 1949. Como-Palermo. Vinsero i lariani per uno a zero. Segnò Stua che da quel momento divenne il mio idolo. Il giovanissimo portiere Cardani parò un rigore tirato da Vycpalec, il rosanero dal nome impossibile che divenne idolo dei raccoglitori di figurine. Era il Como di Maronati, Ghiandi, Lipizer, Rabitti, allenatore Varglien.

Una domenica di novembre di quello stesso anno ero ancora al Sinigaglia quando a Como giunse il nuovo Torino, la squadra allestita dopo la tragedia di Superga. Fu un’ovazione allorché i granata entrarono in campo, tutti gli spettatori in piedi ad applaudire. Nel Torino c’era Carapellese, la mitica ala sinistra della nazionale. Un paio di anni dopo in un Como-Milan assistemmo a un cruento scontro tra Nordhal, il goleador rossonero, e Quadri centromediano di Como, comasco di San Bartolomeo detto “Patunza”.

Quella “prime volte”, non c’erano i social, non c’era la Tv, ma c’erano i tram e i filobus stracolmi e con corse raddoppiate che scendevano da Erba, da Cantù, da Olgiate Comasco. Lo stesso avveniva per i battelli che arrivavano dai paesi rivieraschi. Spettatori giungevano al Sinigaglia anche dalla Svizzera.

L’attuale “gasatura” per il Como in Europa è però venata da qualche pur leggero refolo di tristezza. Penso infatti a tutti quegli amici, quei personaggi che tanto hanno amato il loro grande Como e che purtroppo se ne sono andati prima di questo grande exploit. Chissà quanta gioia avrebbero provato tifando ancora per il Como in Europa. Penso ai vecchi colleghi Ciro Pinto, Davide Castelli, ai loro scontri verbali, ambedue tifosi del Como, ma in maniera diversa. Tremavano i vetri della vecchia redazione di viale Varese, quando, diciamo così, “dialogavano animatamente” Adolfo Cardascia, capo dello sport, era in mezzo un po’ moderatore e al tempo stesso aizzatore. Il direttore De Simoni, assisteva sorridente, fermo sull’uscio del suo ufficio.

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