Il potere degli arbitri e la domanda sulla frode
Il commento Sull’indagine in corso riguardo ai vertici del sistema arbitrale sorge un grande dubbio: ma questi favori su cui si indaga a chi venivano fatti?
Alla voce «frode», il dizionario riporta le seguenti parole. «Atto o comportamento diretto a ledere con l’inganno un diritto altrui; comportamento ingannevole e intenzionale volto a ottenere un vantaggio indebito (economico o di altro tipo)». Frode è la parola chiave dei titoli di questi giorni. Insieme ad arbitri, Var, rigore. Insomma: a 20 anni da Calciopoli, forse non siamo di nuovo con il fango alto fin qua, ma la sensazione non è gradevole. Con un retrogusto però amaro in aggiunta rispetto al ciclone che travolse il nostro pallone alla vigilia dei Mondiali, poi vinti, in Germania. All’epoca il «sistema» fu subito chiaro. C’erano i corrutto ri, c’erano i corrotti, c’era chi ci guadagnava, c’era chi ci perdeva. Al netto di ogni tentazione revisionista che non demorderà mai, la cronaca è già diventata storia. E così fu anche per il calcioscommesse che ben conosciamo: soldi e ricatti per truccare partite su cui scommettere per farci altri soldi, dentro una spirale che per fortuna si è fermata per la denuncia di qualcuno di onesto che, alla fine, salta fuori sempre nonostante il delirio di impunità che avvolge ogni potere in Italia.
Stavolta, manca un tassello. Ed è questa lacuna a lasciarci un po’ dubbiosi. Perché manca il «cui prodest». Cioè, detta in soldoni. I vertici del sistema arbitrale - è la teoria dell’indagine - pasticciano con le designazioni per andare incontro ai desideri di questo o quello. Poi picchiano pugni sulle porte della sala Var perché temono che un’azione non diventi rigore, e impongono che lo sia. Questa è la parte dell’iceberg fin qui conosciuta. Eppure, gli inquirenti si sono premurati di far sapere - cosa abbastanza inusuale - che nessun club o nessun dirigente è coinvolto dall’inchiesta. E mentre già commentatori di peso dei grandi network si lanciavano in valutazioni impegnative dell’inchiesta, definendola «sciocchezza», giù subito titoloni cubitali csui giornali che campano di calcio: i club non c’entrano, sommo sollievo.
A noi però resta un dubbio, piccino picciò. Ma gli arbitri, questi favori, a chi li facevano? A loro stessi? E per chi frodavano, indirizzando i risultati di partite, per se medesimi? Non tutto torna, come capirebbe anche una matricola di Giurisprudenza. C’è solo questa fretta un po’ sospetta di chiamar fuori il mondo delle società e lasciare tutto in carico al mondo arbitrale. Che, per carità, la storia insegna: più ha potere e più rischia di abusarne.
E qui entra il tema del Var. Che, va ricordato, è stato introdotto per togliere margini di discrezionalità, per aumentare l’equità, per - di fatto - ridurre quell’umana (quasi ma non sempre) sudditanza psicologica che favoriva le grandi e penalizzava le piccole.
Questo funziona per le questioni oggettive: cioè ovunque ci sia una linea o la si possa creare elettronicamente. Ma come si intuisce dall’inchiesta, il Var rischia di aver spostato la sede della discrezionalità, dal campo alla poltrona col video sotto il naso. Perché è lì e non in campo, ormai, che si decidono gli episodi determinanti. Ed è lì, soprattutto, che gli arbitri hanno deciso di vivisezionare ogni azione, attribuendosi il potere, di fatto, di convalidare o non convalidare qualsiasi gol. Il «capello fuori posto», se lo cerchi con la volontà di trovarlo, probabilmente lo trovi nel 60-70% delle azioni. Situazioni quasi sempre invisibili dal campo, ma rintracciabili a colpi di fermo immagine.
Così, però, si rifila il colpo di grazia a uno strumento introdotto per migliorare, peraltro già oggetto di mille critiche dei nostalgici del calcio che fu, ai quali ora si fornisce a costo zero un argomento fenomenale. Il Var non va tolto al calcio, ma va usato meglio. Per esempio limitandolo alle «linee», o delegando la valutazione delle situazioni di gioco a chi a calcio ha giocato per davvero. Formando un ente terzo, per dirne una, e scollando dalle sedie ex arbitri che dopo aver fatto danni in campo vanno a farne anche a Lissone. Altrimenti l’eccesso di potere renderà gli arbitri sempre più oggetti del desiderio di qualcuno. Ammesso che questo qualcuno ci sia, e che questa non sia la prima frode della storia senza un soggetto che ne incassa il vantaggio.
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