Litigi sul faro, la storia insegna

Se la storia insegna qualcosa, quella del faro voltiano potrebbe essere utile ai diversi soggetti che hanno il potere (e probabilmente anche il dovere) di attivarsi affinché un simbolo così importante non rimanga chiuso nel 2027.

Il monumento, infatti, è nato dagli ideali e dalla visione di un santo - Luigi Guanella - che tuttavia nel 1899, centenario dell’invenzione della pila, non riuscì a realizzare il suo sogno proprio a causa delle liti. Nel 1927 la proposta fu ripresa, aggiungendo ai valori che intendeva illuminare con quest’opera il “missionario della carità” - la scienza e la fede di Volta - un terzo e non meno importante: il dialogo. Non soltanto tra Comuni vicini, ma a livello mondiale: un dettaglio, quest’ultimo, dimenticato dai più.

Proviamo a fare un riassunto, per chi non conoscesse la complessa gestazione del faro voltiano. Don Luigi Guanella (proclamato santo nel 2011 da Benedetto XVI) ebbe l’idea, davvero luminosa, circa un anno e mezzo prima delle celebrazioni del 1899. Precisiamo che non aveva pensato di collocare il faro a San Maurizio, bensì sulla Casa di Santa Maria della Provvidenza a Lora, di fronte alla statua del Sacro Cuore di Gesù. Partì con la consueta determinazione, che gli aveva permesso di superare interi oceani per aiutare i poveri: promosse l’associazione Pro-Faro, e anche l’omonima rivista di cui sono stati pubblicati ben 24 numeri, con l’obiettivo di raccogliere le 25.000 lire necessaria per innalzare il monumento (circa 125mila euro di oggi, quando invece ne servono 400mila solo per il restauro).

Don Guanella trovò collaborazione anche a Milano e all’Università di Pavia e riuscì a costituire un autorevole comitato, di cui offrì la presidenza al vescovo Teodoro Valfrè di Bonzo. Incredibilmente a litigare, vanificando i suoi sforzi, non furono i politici, bensì due ventenni che in futuro sarebbero stati legati da un’amicizia straordinaria e avrebbe fondato insieme l’Università Cattolica del Sacro Cuore: Agostino Gemelli e Ludovico Necchi. Il primo, che non si era ancora convertito, prese la parola in un’infuocata assemblea di docenti e allievi dell’ateneo pavese, per stroncare la proposta: «Il Necchi vuole onorare il Volta bigotto - avrebbe esclamato -, mentre noi vogliamo onorare lo scienziato. Tocca, quindi, a noi, non a lui e ai suoi quattro gatti del circolo cattolico pensare a queste cose». Vano fu il tentativo di don Guanella di invocare il vescovo di Como come mediatore: «Pensi ai poveri», si sentì rispondere. Chi volesse approfondire, può leggere il libro “Don Guanella. Voglia di bene” di Mario Sgarbossa (Paoline, 2008).

Un faro provvisorio, comunque, fece la sua apparizione all’esposizione voltiana del 1899: si trattava di «un grande riflettore elettrico della Regia Marina» posizionato «sull’angolo meridionale del terrazzo del Grand Hotel Brunate» e capace di lanciare «i suoi raggi luminosi non solo su Como ma su tutta la circostante campagna a parecchi chilometri di lontananza», come scrive “La Provincia” in prossimità dell’inaugurazione delle Voltiadi, avvenuta il 20 maggio. Pare che la luce arrivasse addirittura fino alla villa reale. A confermarlo, sempre sul nostro giornale, è Re Umberto in persona, giunto a Como il 18 settembre per la riapertura dell’esposizione, dopo l’incendio che l’aveva devastata. Conversando con le autorità locali alla stazione di San Giovanni, in attesa del treno del ritorno, la regina si mostra stupita dalla funicolare e il re aggiunge: «Da Monza vediamo qualche volta il faro di Brunate».

Nel 1927, centenario della morte di Alessandro Volta, la costruzione del faro viene riproposta e finanziata dall’Igni (Istituto gare nazionali e internazionali di telegrafia), per rimarcare un’altra «data gloriosa» legata all’inventore della pila, non solo quella della sua morte. «Il 18 aprile 1777. È di quel tempo una lettera di Alessandro Volta a padre Barletti di Pavia, dove si affermava la possibilità di far scoppiare da Como una scintilla a Milano», come sottolineò in un discorso ben documentato l’allora sottosegretario al ministero delle Comunicazioni, Filippo Pennavaria, aprendo a Villa Olmo il “Congresso internazionale di telegrafia e telefonia” il 10 settembre. Due giorni prima era stato reso omaggio al Volta precursore del telegrafo inaugurando il faro. Alle 19 il ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano aveva sparato un razzo a Villa Olmo, cui da San Maurizio avevano risposto accendendo per la prima volta la luce tricolore in cima alla “torre” progettata da Gabriele Giussani. Presenti il vescovo Adolfo Luigi Pagani e il parroco di Brunate a dare la benedizione, affiancati dal presidente dell’Igni, il cavalier Albonico, che donò il faro alla città natale di Volta, ovvero al Comune di Como, senza preoccuparsi del fatto che insistesse sul terreno di un altro Comune, quello di Brunate (dove Volta ha comunque vissuto i primi 30 mesi della sua vita a casa della balia), storicamente autonomo, fatta eccezione per gli anni 1943-47 in cui fu accorpato al capoluogo. Del resto, da Como si vede bene Brunate e viceversa, e anche quando cala la nebbia, come nel giorno dell’inaugurazione, i potenti mezzi di cui disponiamo proprio grazie alla rivoluzione elettrica innescata da Volta, permettono di superare agevolmente distanze e rischi di incomprensioni: per essere sicuri che da San Maurizio notassero il razzo sparato dal ministro Ciano, essendo le condizioni meteo sfavorevoli, rafforzarono il segnale con una comunicazione via radio, assolutamente in tema con la manifestazione.

Da allora telegrafisti e radioamatori non hanno mai smesso di onorare Volta, rendendo ogni suo anniversario l’occasione per far partire da Como comunicazioni di pace e di amicizia verso il mondo intero, come ci ricordano le diverse targhe apposte attorno alla tomba di Camnago. Sarebbe davvero un peccato se a ridosso del 2027 - a questo punto, sappiamo, non solo bicentenario della morte del grande scienziato, ma anche 250° della sua intuizione del telegrafo - amministratori di Comuni confinanti si dovessero vedere in tribunale per decidere del futuro del faro. Meglio sarebbe, e di certo più in sintonia con lo spirito delle celebrazioni, se per parlarsi ricorressero non alla radio, come accaduto cento anni fa, bensì a una più recente applicazione delle innovazioni voltiane, il cellulare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA