Quattro minuti  di altezza reale

Quattro minuti

di altezza reale

Chiamata davanti alla telecamera in un clima di tale urgenza, la Regina non ha mosso ciglio, né si è concessa alcun gesto emotivo. Di certo ha evitato che la voce le si incrinasse per un moto di commozione e non si è neanche sognata di spremere una lacrima. Ha parlato invece da istituzione incarnata, un ruolo che sostiene dal 1952, e da volto dignitoso di una nazione sul quale, nonostante i diffusi sentimenti anti-monarchici, l’irritazione per le spese necessarie a sostenere la pompa reale, la spaccatura creata dalla Brexit, la stampa scandalistica che dalla monarchia e dai suoi privilegi trae nutrimento quotidiano, i britannici sanno di poter contare nei momenti difficili.

E dunque in una stagione in cui la Gran Bretagna va soggetta a critiche sulla gestione dell’epidemia – dalla teoria, mezza applicata e mezza no, dell’immunità di gregge, a un premier gigione che a furia di stringer mani e dispensare ottimismo ha finito per ammalarsi -, la Regina è riuscita a confermare che, al di là dei dubbi e degli errori, delle fregnacce e della pubblicità, c’è ancora una nazione nel cui nome ritrovare compattezza e dalla quale trarre coraggio.

Elisabetta ha messo in campo la sua studiata presenza regale, sapendo bene che la sua persona è un rimando vivente a una storia lunga e spesso, anche se non sempre, gloriosa. Poteva non bastare, tuttavia, se quei quattro minuti di video non fossero stati sostenuti da un testo pressoché perfetto: colmo di sentimento, ma non retorico, semplice, ma non banale. Un discorso che ha coniugato il patriottismo con una visione globale, l’orgoglio insulare con l’accettazione – invero poco britannica – di una saldatura del Paese con il resto del mondo. Non è mancata la frasetta che passerà alla storia - “We will meet again”, ci incontreremo ancora – e la giusta carica motivazionale: “Un giorno saremo orgogliosi di come abbiamo affrontato questa emergenza”.

Per noi italiani non c’è ragione di invidia: non si può dire che in questo frangente il presidente Mattarella abbia mancato al suo ruolo negli appelli rivolti al Paese dalla televisione. Il discorso di Elisabetta II, così abile e ben forgiato, è però utile anche a noi: sottolinea l’importanza delle parole, o meglio delle parole giuste. Quelle che, sole, possono consolare, spingere, motivare e, cosa anche più importante, imprimersi nella memoria collettiva. Per alcuni ci sarà perfino una lezione in più: ascoltando la Regina, infatti, risulta una volta per tutte lampante la differenza che passa tra una sovrana e un sovranista.

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