Tienanmen: la candelina
che fa paura alla Cina

Le centinaia, forse migliaia, di vittime del massacro di piazza Tienanmen, perpetrato il 4 giugno 1989 a Pechino, quest’anno saranno un poco più sole, un poco più dimenticate.

A 32 anni dalla violenta repressione delle proteste studentesche ordinata dai vertici del Partito comunista cinese ed eseguita da reparti dell’esercito, nel mondo sempre meno persone si riuniscono e si raccolgono per mantenerne viva la memoria. In Occidente siamo troppo distratti, in Oriente sta diventando troppo rischioso.

Quest’anno, poi, mancherà una veglia che ogni anno, puntuale, ci illuminava con la luce di migliaia e migliaia di candeline: quella che per tradizione si teneva a Hong Kong.

Nel 1989 Hong Hong era ancora colonia britannica, anche se il suo destino era ormai deciso. La Dichiarazione congiunta Sino-Britannica, depositata come trattato internazionale alle Nazioni Unite, era stata firmata il 19 dicembre 1984 dal premier inglese Margaret Thatcher e da quello cinese Zhao Ziyang: in essa si stabiliva che il 1° luglio 1997 avrebbe visto il passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina. Quest’ultima avrebbe tuttavia riconosciuto alla città uno statuto speciale e un’altrettanto speciale autonomia.

In virtù di questi accordi, le celebrazioni per l’anniversario di Tienanmen, vietate in tutto il resto della Cina, a Hong Kong continuarono a svolgersi regolarmente.

Questo almeno fino alle proteste culminate nel 2019 in mesi e mesi di manifestazioni per le strade e di scontri con la polizia, drammatica conseguenza di uno scontento sociale e politico maturato soprattutto nelle fasce più giovani: in risposta alle esigenze ai apertura manifestate da una popolazione giovanile tra le più scolarizzate del mondo, frutto di una città molto dinamica, grande hub economico e finanziario sempre aperto al confronto internazionale, la risposta del governo locale, dettata da quello centrale di Pechino, è stata quella di negare ogni progresso democratico e, anzi, di prendere la scusa dei “disordini” per avviare in via definitiva la “normalizzazione” in senso cinese di Hong Kong.

Passo su passo, colpo su colpo, con inesorabile cadenza, il regime ha strappato a Hong Kong ogni brano della sua autonomia politica, sociale e culturale. Un processo che ovviamente ha travolto anche le celebrazioni per Tienanmen. L’anno scorso era stato facile vietarle con la scusa del Covid, quest’anno al governo non son servite scuse: è bastato invocare la legge sulla “sicurezza nazionale” imposta da Pechino lo scorso anno.

Le autorità hanno avvertito: chi parteciperà alla veglia rischia 5 anni di prigione, mentre di un anno è la pena che sarà inflitta a chi la annuncia sui social o provvede in altro modo a darne notizia. Non solo: prendendo a pretesto una presunta violazione delle leggi che regolano l’apertura di locali al pubblico, il governo della città ha chiuso in questi giorni il piccolo museo privato che da una decina d’anni presentava al visitatore una ricostruzione del massacro di Tienanmen.

Accendere una candelina, ricordare dei morti, è oggi, a Hong Kong, un reato. L’anno scorso, pur con il divieto imposto come misura di sicurezza anti Covid, alla veglia, tradizionalmente tenuta nel centralissimo Victoria Park, si presentarono comunque in migliaia. Vedremo come andrà quest’anno, se in tanti ancora vorranno rischiare sapendo di poter finire in prigione per 5 anni. Intanto, parlando di condanne, non c’è dubbio che la sentenza morale più pesante e inappellabile è già stata emessa nei confronti di un regime che dimostra al mondo di aver paura della luce di una candelina.

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