Il concetto di meritocrazia occupa da tempo una posizione centrale nel dibattito pubblico venendo, spesso, presentato come il principio cardine di una società che ambisca ad essere autenticamente democratica.
In quest’ottica, lo status sociale di ogni cittadino dovrebbe essere la diretta conseguenza del talento e dell’impegno individuale. Tuttavia, questa impostazione presuppone una condizione preliminare raramente soddisfatta nella realtà: l’effettiva uguaglianza delle condizioni di partenza.
In assenza di tale presupposto, la meritocrazia rischia, infatti, di perdere la propria funzione emancipatrice e di trasformarsi, di contro, in un meccanismo di legittimazione delle disuguaglianze esistenti. Risulta innegabile che, se gli individui competono partendo da posizioni diseguali, i risultati non sono necessariamente l’espressione del merito. Ne consegue che il successo tende a riflettere, in modo significativo, il contesto socioeconomico di origine. Le evidenze empiriche relative al caso italiano risultano eloquenti.
Secondo lo studio “Mobilità intergenerazionale in Italia”, pubblicato nel 2023 dalla Banca d’Italia, la probabilità di appartenere al 20% per cento più ricco della popolazione risulta cinque volte superiore per gli individui nati in famiglie benestanti rispetto a quelli provenienti da contesti svantaggiati. Questo dato segnala, in modo inequivocabile, che il nostro sistema è connotato da una mobilità sociale alquanto limitata.
Non solo: indica, altresì, che il background familiare continua a esercitare un’influenza determinante sui destini di ogni cittadino. Ma c’è un altro elemento da considerare che ha per oggetto la marcata concentrazione di ricchezza esistente nel nostro paese nel quale una quota estremamente minoritaria della popolazione detiene una porzione significativamente rilevante della ricchezza.
Questo fenomeno non può essere ricondotto esclusivamente a ragioni di mercato, ma appare anche il risultato di un quadro normativo che ha privilegiato la tutela e l’accumulazione del capitale. Il sistema fiscale rappresenta, in tal senso, un fattore di particolare importanza. Si ponga mente alla tassazione delle rendite finanziarie che risulta generalmente inferiore a quella applicata ai redditi da lavoro. Analogamente, l’attuale livello delle imposte di successione contribuisce a facilitare la trasmissione intergenerazionale della ricchezza rafforzando le disuguaglianze già esistenti.
Naturalmente, questo non basta per teorizzare la subalternità delle istituzioni politiche alle élite economiche. Tuttavia, risulta innegabile che la disponibilità di ingenti risorse economiche consenta una maggiore capacità di influenzare i processi decisionali della politica. Alla luce di tali considerazioni, appare evidente che la meritocrazia, in assenza di interventi volti a riequilibrare le condizioni di partenza, non è in grado di garantire un’equa distribuzione delle opportunità.
Al contrario, essa può contribuire a rafforzare la legittimazione di sperequazioni sociali davanti alle quali il cittadino si sente impotente. Ne discende che una riflessione seria sul merito non può prescindere da un impegno altrettanto rigoroso sul terreno dell’uguaglianza delle chance di partenza. Investire nell’istruzione, ridurre le disparità di accesso ai servizi fondamentali e introdurre una fiscalità più equa potrebbe consentire al criterio meritocratico di esplicare una funzione autenticamente equitativa.
In caso contrario, la meritocrazia rischia di configurarsi non come uno strumento di mobilità sociale, ma come dispositivo di riproduzione delle gerarchie sociali già esistenti. Per questa ragione, la democrazia costituisce un “prius” irrinunciabile senza il quale la meritocrazia rischia di diventare un espediente delle élite per cristallizzare dinamiche che le consentono di perpetuare la propria egemonia, culturale e sociale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA