Dalla criminalità minorile alle baby gang: il fenomeno è in continua evoluzione

I dati Ancora molto da definire, ma la correlazione con i contesti socio-economici difficili è molto frequente: quella delle gang giovanili è una realtà strettamente correlata alle radici della criminalità tra minori. Qui i numeri e la diffusione di queste realtà in Italia

Criminalità, reati, minori, carcere, baby gang: sono tra le parole più utilizzate per descrivere e commentare quanto accaduto nel pomeriggio di Natale a Milano, quando sette detenuti del carcere minorile Cesare Beccaria sono evasi. Tra di loro, come abbiamo avuto modo di raccontarvi, ci sono anche due giovani comaschi: un ragazzo di Canzo, che tutt’ora è in fuga, e un ragazzo di Cantù, arrestato nell’ambito delle indagini dei carabinieri della compagnia di Cantù sulla baby gang che imperversava tra la città del mobile e i Comuni limitrofi.

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Il fenomeno delle baby gang in effetti è da tempo giunto all’attenzione del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia. Questi gruppi di minori che commettono atti violenti o illegali, come nel caso del canturino minorenne evaso e poi rientrato al Beccaria in questi giorni, si caratterizzano per una scarsa strutturazione interna, un numero ridotto di componenti del gruppo e una generale fluidità nella composizione del gruppo stesso. I crimini compiuti si svolgono perlopiù nell’immediatezza, senza che vi sia una precedente e accurata progettazione. Il fenomeno dunque viene ricondotto dagli esperti all’esigenza nell’età adolescenziale di costruire la propria identità all’interno di un gruppo, che raggiunge simili livelli di illegalità e disagio sociale come reazione alla necessità di emanciparsi dal mondo adulto.

I numeri della criminalità minorile e la realtà delle baby gang

Tra il 2009 e il 2019 sono state circa 30mila all’anno le segnalazioni per reati commessi dai minori: il dato in realtà è difficile da stimare perché le informazioni a disposizione derivano dalle denunce e dalle indagini delle forze dell’ordine, ma c’è una grande parte di criminalità minorile che resta sommersa. In ogni caso, emerge dai dati noti come l’85,3% dei denunciati tra i minori nel 2019 erano maschi.

Il fenomeno dei reati di gruppo commessi da minori in realtà non è nulla di nuovo, ma, stando alle analisi condotte dal Ministero della Giustizia lo scorso ottobre, negli ultimi decenni ha subito un’evoluzione nella direzione di un’accresciuta violenza gratuita, unita a un’apparente “insensatezza”. Di fronte a questa recrudescenza dei crimini commessi da gruppi di minori, si è portarsi ad approfondire la questione e a porsi delle domande sulle nuove fragilità e i nuovi modi di esprimere un disagio latente.

Alcuni dati relativi al fenomeno delle baby gang e alla criminalità minorile. Fonti: Istat e Ministero della Giustizia

Le regioni in cui le quote di denuncia a carico dei minori per associazione sono più alte: Campania, Calabria e Sicilia

Secondo le analisi condotte dal Ministero della Giustizia oggi le cosiddette baby gang esistono nella maggior parte delle regioni italiane e sono in aumento in diverse aree del Paese. Possono definirsi tali gruppi di meno di dieci individui, che di solito sono perlopiù maschi, e di età compresa fra i 15 e i 17 anni, in maggioranza italiani. Secondo uno studio condotto in collaborazione tra Openpolis e Con i Babmbini sui dati Istat la quota di denunce a carico di minori per associazione criminale è più alta in Campania, Calabria e Sicilia (i dati sono aggiornati a marzo 2021). I dati mostrano come i reati varino a seconda della fascia di età osservata: tra i minori di 14 anni e nella fascia 14-17 a prevalere sono i furti, ma poi per i minori di 14 anni il secondo posto spetta a danneggiamenti, lesioni dolose, minacce e violazioni della normativa sugli stupefacenti. Per la fascia 14-17 anni invece i delitti più frequenti, dopo i furti, sono proprio le violazioni della normativa sugli stupefacenti, seguite da lesioni dolose, danneggiamenti, rapine, ricettazione e minacce.

Questo rispetto ai crimini compiuti da singoli minori, mentre per le baby gang i crimini più frequenti sono reati violenti, come risse, percosse o lesioni, gli atti di bullismo, gli atti vandalici e il disturbo della quiete pubblica. Lo studio condotto sui dati relativi alla criminalità minorile dal Ministero della Giustizia è inoltre giunto a stabilire una correlazione abbastanza frequente tra le situazioni di marginalità o disagio socio economico e l’appartenenza alle baby gang. I rapporti problematici con le famiglie di origine oppure con i coetanei e con la scuola possono portare a sviluppare forti difficoltà nell’instaurare relazioni e sentirsi quindi inclusi nel tesso sociale. L’uso dei social network non è esente dall’influenza negativa sui minori: se pensati e strutturati come strumenti mirati a rafforzare le identità della gang, i social network generano nei più giovani il desiderio di imitare comportamenti criminali.

Diverse tipologie di baby gang in Italia

Non solo: il fenomeno delle baby gang in Italia è così stratificato e complesso che si possono individuare ben 4 tipologie diverse di gruppi di minori criminali, con diversa distribuzione sul territorio nazionale. In primo luogo ci sono i gruppi privi di struttura definita, i più consistenti in numero e quelli maggiormente presenti in tutta Italia.

Seguono i gruppi di minori che si ispirano o hanno legami con organizzazioni criminali italiane e sono presenti specialmente nel Sud del paese. Il terzo gruppo invece riguarda le baby gang che si ispirano a gang estere, queste sono presenti prevalentemente in aree urbane del Nord e centro del Paese. Infine ci sono i gruppi con una struttura definita ma senza riferimenti ad altre organizzazioni e dediti ad attività criminali specifiche: sono presenti in tutta Italia.

Il contrasto al fenomeno

C’è un ultimo risultato che emerge dalle analisi condotte dal Ministero della Giustizia e riguarda l’attività di contrasto al fenomeno delle baby gang in particolare e della criminalità minorile in generale: una strategia di contrasto fondata unicamente sulla repressione è inefficace. Servono piuttosto alleanze tra istituzioni - scuola e famiglia in prima linea - con l’obiettivo di generare percorsi di educazione alla legalità, partecipazione attiva alla società civile e attenuazione delle conseguenze derivanti da particolari contesti socio-economici. In particolare, la strategia della messa alla prova, con sospensione del procedimento penale, risulta essere uno strumento estremamente efficace nel percorso di riabilitazione e reinserimento sociale.

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