(Foto di archivio)
La sentenza I giudici: «Questo processo meriterebbe uno studio storico per rafforzare la memoria collettiva». Il testo con le motivazioni della condanna: «Una delle pagine più drammatiche della storia criminale italiana»
Eupilio
Ci sono momenti nei quali la giustizia inciampa nella storia. E disegna quel tassello che mancava per raccontare un fatto, un periodo, un’era criminale. Il processo, cinquant’anni dopo, per il rapimento e l’omicidio della diciottenne Cristina Mazzotti è uno di quei momenti. E se ne accorge anche il presidente della Corte d’Assise, Carlo Cecchetti. Che nella sua sentenza infatti va oltre all’aspetto giuridico e giudiziario, per scrivere: «Il vastissimo materiale documentale raccolto nel processo meriterebbe uno studio storico, sociologico e criminologico più ampio, auspicando che un’istituzione qualificata — università o fondazione — possa valorizzarlo scientificamente per la memoria collettiva».
Perché la memoria collettiva non può non farsi carico di quella che la Corte d’Assise di Como non esita a definire «una delle pagine più drammatiche della storia criminale italiana del secondo dopoguerra». Perché il brutale sequestro e il disumano omicidio di Cristina non furono solo «la devastazione di una famiglia», ma «un fatto che, per la sua efferatezza e per il contesto in cui maturò, segnò profondamente la coscienza collettiva del Paese, inscrivendosi in modo indelebile in quella che sarebbe stata poi riconosciuta come la stagione dei sequestri di persona». Perché il rapimento e poi la morte della giovane studentessa con casa a Eupilio «assunse, sin da subito, una dimensione che travalicava il pur immenso dolore dei congiunti, incidendo sul sentimento pubblico di sicurezza, sul rapporto tra società e criminalità organizzata e, più in generale, sulla percezione stessa della vulnerabilità delle persone e delle famiglie dinanzi a forme di violenza predatoria allora in forte espansione».
Le quasi trecento pagine di motivazioni della condanna all’ergastolo di Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella, sono più di un atto giudiziario. Sono il compimento di un mosaico sul quale appare la verità sulla stagione dei sequestri. Che non erano «un episodio riconducibile a un gruppo composito di delinquenti comuni affiancati da soggetti calabresi, ma un tassello di un sistema mafioso stabile, operante in Lombardia e riconducibile alla ’ndrangheta, dotato di una propria gerarchia, di una regia decisionale e di una ripartizione di compiti, idonea a rendere i sequestri di persona un’attività predatoria non episodica, bensì strutturale».
Certo, la Corte d’Assise ovviamente si sofferma sulle prove a carico dei due condannati.
Per Latella: l’impronta digitale sulla Mini Minor sulla quale Cristina rientrava da Erba a Eupilio con il fidanzato Carlo Galli e l’amica Emanuela Luisari; inoltre le sue stesse ammissioni rese nel dicembre 2007; e poi i riconoscimenti dei testimoni oculari (in particolare Carlo Galli, che lo identifica come guidatore della Mini); e ancora il curriculum criminale e il contesto ambientale coerente (frequentazione del bar di via Rovereto, il bar dove venne ordinato il sequestro Mazzotti).
Per Calabrò nessuna impronta, ma comunque una prova «solida». Entrambi i testimoni oculari, Carlo Galli ed Emanuela Luisari, lo identificano con continuità e costanza per decenni come il passeggero anteriore, armato, della Mini, l’uomo che li tenne sotto la minaccia della pistola durante il tragitto da Eupilio ad Appiano Gentile. La descrizione fisionomica (giovane, magro, naso molto pronunciato e carnoso, capelli scuri, basette, accento meridionale) si mantiene stabile dalla notte del sequestro fino al dibattimento. I riconoscimenti fotografici si ripetono su album identificativi diversi. A ciò si aggiungono i legami con l’ambiente criminale calabrese-lombardo, i rapporti con chi ordinò il sequestro, la proiezione nel circuito ligure, quello del riciclaggio del riscatto.
Ma al di là dell’inevitabile valore processuale, la sentenza sul caso di Cristina è qualcosa che va oltre. Tant’è che la Corte ne ordina la pubblicazione, e precisa: «La misura non assume un valore meramente formale, ma si pone come coerente esplicazione della funzione pubblica della sentenza penale di condanna in un caso che, per efferatezza, durata e rilievo storico, ha oltrepassato da tempo la dimensione del solo fatto privato».
Cristina Mazzotti morì; il denaro fu incassato lo stesso; molti responsabili vissero per decenni senza rispondere di quel delitto. La sentenza è arrivata a più di cinquant’anni dai fatti, per alcuni dei responsabili è arrivata tardi. Per Latella e Calabrò, no. La verità (processuale) anche se lenta è una luce.
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