Il killer di Cristina Mazzotti resta in cella
Eupilio Respinto l’ennesimo tentativo degli avvocati di Giuseppe Calabrò di fargli ottenere la liberazione. A pesare lo spessore criminale, molto bene dettagliato nella sentenza scritta dalla Corte d’Assise di Como
Lettura 1 min.Eupilio
La sua è una «traiettoria criminale» lunga cinquant’anni. Iniziata con una condanna per detenzione e porto abusivo di armi nel 1976. Finita con una condanna all’ergastolo per omicidio con l’aggravante mafiosa nel 2026. Ed è anche per questo, per quello «spessore criminale» emerso nel corso dell’ultimo processo che lo ha visto imputato, che l’uomo chiamato u’Dutturicchiu non merita di uscire dal carcere.
Il Tribunale del riesame di Milano ha rigettato l’ennesimo ricorso presentato dei legali di Giuseppe Calabrò, il 76enne originario di San Luca ritenuto uno degli esecutori materiali del sequestro, terminato tragicamente con la morte dell’ostaggio, di Cristina Mazzotti. Fermato pochi giorni dopo la lettura della sentenza, su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Calabrò è finito in custodia cautelare perché, anche secondo i giudici che hanno convalidato il fermo e confermato la custodia in carcere, i pericoli di fuga e di reiterazione del reato sono particolarmente attuali e concreti.
Una carriera da criminale
Le motivazioni con le quali il Tribunale del riesame ha rigettato il ricorso degli avvocati di Calabrò, i quali contestavano il provvedimento firmato dalla Corte d’Assise di Como, non si conoscono perché saranno pubblicate soltanto tra più di un mese. Ma è facile immaginare che, come già avvenuto per le precedenti ordinanze, la figura nel mondo del crimine di Calabrò ha sicuramente avuto un ruolo nella decisione.
E dopotutto la sentenza, pubblicata la scorsa settimana, di condanna di Calabrò e di Demetrio Latella per il sequestro e l’omicidio della diciottenne studentessa con casa vacanza a Eupilio, ripercorre senza fare alcuno sconto la carriera dell’uomo che tra i suoi corregionali è noto come u’Dutturicchiu, per essersi iscritto - senza grande successo, a dire la verità - alla facoltà di Medicina a Torino.
L’esordio avviene in Calabria, nell’area di Locri e Ardore, a metà degli anni Settanta. Ma presto il baricentro si sposta al Nord. Prima Torino (come detto), poi Milano, infine l’asse Lombardia-Liguria. E il salto qualitativo è evidente. All’inizio compaiono reati minori come spendita di monete falsificate, ricettazione, contatti con ambienti criminali capaci di muovere merci illecite e denaro.
Una continuità di crimini protratta nel tempo
Il vero nucleo della carriera criminale di Calabrò emerge però negli anni Novanta con le condanne per stupefacenti.
La sentenza insiste su un elemento: a suo carico non vi sono episodi isolati, ma una continuità criminale protratta nel tempo.
Sempre a metà degli anni Novanta a suo carico il Tribunale di Milano emette una misura di prevenzione: la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni. Un provvedimento che contiene un giudizio pesante di pericolosità sociale. Significa che, ancora prima delle principali sentenze definitive per droga, Calabrò veniva considerato un soggetto abitualmente inserito in ambienti criminali e concretamente pericoloso.
E la sua partecipazione al sequestro di Cristina Mazzotti rientra proprio in questo panorama. Quello di un criminale con radici profonde nel mondo dei clan.
© RIPRODUZIONE RISERVATA