Pronto Soccorso a Como: l’80% degli accessi è per problemi non gravi

Salute Tra Sant’Anna e Valduce registrati 80mila accessi ai reparti di emergenza

Como

Con oltre 80mila accessi nei due reparti di emergenza della sola città, il 2025 non raggiunge ancora i livelli pre pandemia, ma certo vede accrescere il sovraffollamento dei Pronto soccorso lariani.

Sono 63mila gli accessi dichiarati dal Pronto soccorso del Sant’Anna negli scorsi dodici mesi, circa 25mila dallo stesso reparto del Valduce, la grande maggioranza per entrambi i servizi fa riferimento al Pronto soccorso generale, cui si aggiungono i consulti ginecologici, pediatrici, oculistici.

Occorre poi sommare l’utenza che ha bussato a Cantù e Erba, sopra a circa 26mila accessi, quindi il Pronto soccorso di Menaggio, che si aggira ormai attorno ai 6mila pazienti trattati ed ha un bacino d’utenza ridotto all’osso.

Un dato che può fare suonare il campanello d’allarme riguarda i pazienti che fatto il triage hanno deciso di lasciare anzitempo, prima di essere curati, il Pronto soccorso. In termini assoluti sono 13mila persone che messo un piede in ospedale, a fronte di lunghe attese e bisogni non così impellenti, decide di andare via.

«Il Pronto soccorso oggi è visto che l’unico luogo di cura – commenta Alessandro Ricciardi, specialista varesino, presidente della società dei medici di emergenza Simeu – la domanda cresce, gli organici interni ai reparti invece sono sempre più sottodimensionati. Salgono i tempi d’attesa, colpa anche della mancanza di letti in ospedale. E gli abbandoni rappresentano la dimostrazione di quante persone, in maniera inappropriata, si rivolgono ai Pronto soccorso. Senza urgenze decidono di bussare ai reparti d’emergenza, non avendo quasi sempre alternative, cercando la soluzione più rapida». Errata, forse, ma senza altre risposte inevitabile. I codici bianchi e verdi, i più lievi, nel 2025 al Pronto soccorso del Sant’Anna hanno superato l’80% degli accessi totali.

«Non dovrebbero andare lì – dice Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici di Como – meritano una cura, certo, ma queste persone non devono cercare scorciatoie, se il bisogno non è grave devono aspettare il medico, il normale poliambulatorio per fare la lastra, la ricette per la consulenza. Sta diventando un errore culturale». La medicina di base però non fa da filtro, la sera e nel fine settimana i camici bianchi non sono in ambulatorio. Le guardie mediche non escono, sono poche, bisogna chiamare, i medici di famiglia non sono ancora mai entrati nelle case di comunità. «La grande maggioranza delle volte i nostri mezzi escono per richieste che non si rivelano essere reali urgenze – dice dalla Sos di Olgiate Comasco il presidente Flavio Cometti – questo iperafflusso in alcuni periodi dell’anno mette in scacco i Pronto soccorso, con file di barelle che attendono ore fuori dalle porte. Il problema è grave e ha tante ragioni. I cittadini sono più anziani e fragili. Dentro gli ospedali non hanno letti liberi. Fuori la medicina di base è sguarnita e poco presente».

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