Castellini e Braglia: «Così il portiere prepara i rigori»

Pareri C’è la cabala, quel 50% di fortuna che serve per forza. Il portiere sceglie prima l’angolo

Como

Da un lato c’è l’errore di Nico Paz, dall’altro però non sono secondarie le abilità di Carnesecchi, che si conferma uno dei portieri più affidabili in Italia nel disinnescare i tiri dal dischetto. Ma come si deve comportare un estremo difensore quando è chiamato a neutralizzare un rigore?

Lo abbiamo chiesto a due espertissimi come Luciano Castellini e Simone Braglia. Il primo, eroe dello scudetto del Torino del 1967 e compagno di squadra del primo Maradona Napoli, poi diventato coach di Zenga, Pagliuca, Toldo e scopritore di Julio Caesar. Il secondo, cresciuto nel settore giovanile del Como, ha raggiunto l’apice in maglia Genoa in quella magica notte di Anfield, 18 marzo 1992 in cui indossò il mantello di Superman e, grazie alle sue parate, permise al grifone di ottenere una leggendaria vittoria in Coppa Uefa in casa del Liverpool.

«Avevo un libricino in cui segnavo tutti i giocatori e il loro modo di calciare punizioni e rigore – spiega Castellini -. Poi c’è la cabala, quel 50% di fortuna che serve per forza. Il portiere sceglie prima l’angolo, in base a una serie di fattori. Io guardavo molto come il giocatore partiva sulla palla e il suo piede forte. Quelli che prendono una rincorsa dritta la piazzano, mentre se fanno una piccola curva incrociano. E quando incrociano, è più difficile parare perché devi partire un attimo prima».

Sulla stessa linea il pensiero di Braglia: «Oggi grazie ai mezzi televisivi ci si informa su tutto e ci sono dei vantaggi. Io preparavo le schede dei rigoristi guardando La Domenica Sportiva, rubavo tutto quello che potevo. Sul momento del rigore, battezzi un angolo in base a quello che hai acquisito, non cambi all’ultimo altrimenti c’è il rammarico. Io decidevo prima. Facevo una mezza finta, un contro movimento, per ingannare l’avversario. A Perugia ne parai due terzi di quelli calciati. È un istinto che non si allena. Il migliore a calciarli era Maradona. Ti guardava fino alla fine con il busto in avanti e con la caviglia girava il piede all’ultimo, a seconda del movimento del portiere. Per lui anche le punizioni erano rigori. Conta molto anche quanto specchio il portiere riesce a coprire grazie alla sua stazza: basta guardare Donnarumma o Milinkovic Savic».

E su Nico: «Sono in linea con il discorso di Fabregas: è stata un’occasione mancata, ma per diventare grandi si passa dai grandi errori. Anche Messi, Maradona e Baggio hanno fallito in momenti importanti. Fa parte del percorso di crescita di un ragazzo di 21 anni. Un errore di personalità e autostima: entrambe si acquisiscono nel tempo»

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