Como, quando la realtà supera (di molto) i sogni
Magic moment Il Como è una favola. Non ha vinto ancora niente. La differenza tra un Leicester o un Chievo. Ma non contano solo le vittorie
Como
L’altra sera eravamo al Teatro Sociale ad ascoltare Gianfelice Facchetti nel monologo sul Grande Torino (emozione aggiunta: l’attore recita con una valigia originale di papà Giacinto, quella dei Mondiali del ’74). A un certo punto (ok, pensiero che ci è venuto con un velo di vergogna) abbiamo notato che alcuni passaggi del testo, che disegnava un dipinto sulla leggendaria squadra granata scomparsa in un incidente aereo, sarebbero stati perfetti anche per il Como attuale. Per esempio quando Facchetti si rifaceva alle favole per bambini. «Papà, raccontami una favola», idealizzava sul palco. «Ti racconto la favola del Grande Torino». Ma anche il Como è una favola. Ok, non ha vinto ancora niente. La differenza che passa tra un Leicester o un Chievo. Per dire. Eppure non solo di vittorie è costellato il cielo delle favole. Qui sta succedendo qualcosa che forse va oltre persino ai risultati. A parte che passare dalla D alla Champions in sette anni, è già una favola. Ma davvero quello che sta succedendo in riva al lago è una cosa che può stare solo nei racconti per bambini (o per grandicelli). Il calcio è una grande campanella della ricreazione, che sospende ogni cosa, ogni preoccupazione, e dove, come in ogni ricreazione, i sentimenti volano alti. Mai viste espressioni beate come fuori da uno stadio prima di una partita.
La storia del Grande Torino, va da sè, ma certo il fatto che sia stata scritta nel mondo del calcio non è un dettaglio banale. Perché lì, la gente trova passioni ed emozioni che vanno alle radici della propria esistenza, come in nessun altro sport. A sentire Facchetti ti chiedevi: ma non è esagerata questa epica per una squadra di calcio, seppure sepolta dalla tragedia? La risposta è: no. Perché sono emozioni trasversali che coinvolgono gente di ogni estrazione ed età. Per essere appassionati di qualsiasi altro sport, devi esserlo di quella disciplina. Nel calcio no. Puoi essere abbonato e vivere per quei colori pur non capendo una mazza di calcio.
Lasciando il Grande Torino e tornando al Como, la sensazione è che si stia scrivendo una favola e non tutti se ne stiano accorgendo. Ok, le leggende diventano tali a cose fatte, dopo, a posteriori. Nel mentre è cronaca, è contemporaneità. Eppure... Ci è saltato tra le mani un pezzo scritto sulle nostre pagine in epoca Covid. Aprile 2020. Era quel periodo in cui bisognava riempire le pagine di sport pur non essendoci alcun campionato in corso: tutto spento, tutti a casa. Pagine riempite tra una inchiesta e una intervista. E qualche volo di fantasia. Un giorno, con il Como che aveva visto il suo campionato fermato dalla pandemia, in serie C, per gioco, avevamo scritto come sarebbe andata a finire. Un volo di fantasia, nulla di reale. Un gioco. Eppure rileggendo quel pezzo, a metà tra la gag comica e il volo pindarico, fa impressione scoprire come la realtà abbia battuto e strabattuto quello che a noi in quel momento sembrava il più bello dei sogni: la promozione in Serie B. Allenava Banchini, Ludi, seppur lungimirante, era ai primi passi da ds-manager, c’era Gandler, i giocatori erano Lanini , Cicconi, De Nuzzo, Ganz e... (va beh) Gabrielloni. Non era arrivato ancora Wise. Il campo non era sintetico e mezzo stadio era chiuso. In quel pezzo fantasioso, si immaginava il 7 giugno 2020, Como-Bari, finale di ritorno per l’accesso in serie B. Sotto il sole cocente, in un Sinigaglia infuocato, pieno come un uovo. Persino (pensate un po’) i distinti aperti.
Curva Azzurra in grande forma. Per l’occasione, con gli striscioni dei gruppi storici del passato, Ultras, Fossa Lariana, Bfc... Il “loco” Bielsa, il mago argentino, idolo di Banchini, venuto a fargli una sorpresa. In cielo un elicottero con Hartono e Suwarso, che trascinava lo striscione “Evviva Garuda”, scuola calcio indonesiana oggi chiusa.
Hartono, che guardandosi in giro dalla tribuna, chiedeva a Gandler: «Rifare lo stadio? Ma questo è bellissimo! Lo voglio esattamente così. Rifacciamolo moderno, ma con le stesse forme, gli stessi angoli. Il Sinigaglia, insomma». A In tribuna si immaginava la storia del Como presente, Centi, Dominissini, Marini , Nicoletti. Il Como che vinceva 4-3 come Italia-Germania, gol decisivo di Ganz che segnava dopo non essere riuscito a respingere una palla sul gol del 3-3 (come Rivera nel ’70) . C’era l’immagine di “The voice” Nino Balducci, come la statua di Freddy Mercury a Montreaux, un braccio teso in alto, microfono nell’altra mano, urlava come quella volta nell’88: «Ce l’ha fatta, ce l’ha fattaaaaaaa!!».
E Suwarso che si avvicinava all’orecchio di Gandler, e gli sussurrava : «Allora, quanto costerebbe questo Ibrahimovic?». Il pezzo di chiudeva così: «Ma poi siete sicuri che sia tutto inverosimile?». A leggerlo oggi fa tenerezza. Perché la realtà è stata cento volte più bella di quello che sembrava un sogno pazzesco. Vi rendete conto?
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