Ferrigno: «Udinese-Como, il mio derby. E quel libro non facile»
L’ex capitano azzurro poi uomo marketing in Friuli: «Non è stato facile scrivere la mia vita, sul pugno e tutto il resto. Venire a Como un anno fa grande emozione. Il marketing una mia idea»
Como
Max Ferrigno, tipico personaggio da «Io e il Como». Il Como gli ha dato e tolto tanto. Ma più dato. Basta leggere le pagine del suo libro, dal titolo che non si nasconde (“Soul: il pugno che mi ha fatto trovare me stesso”), scritto un anno fa, in cui racconta la sua vita, scava nella sua anima, riallaccia i fili del passato, ovviamente anche il drammatico pugno a Bertolotti del Modena, novembre del 2000, che segnò due esistenze (il modenese smise di giocare, Max prese 4 anni di squalifica e lì preparò la sua seconda vita nel marketing). Dal libro, una delle cose che esce in modo forte, è il suo amore per Como. Sincero. Forte. Tanto che vale la pena partire da lì.
Max, tu spendi parole molto affettuose per Como. Le hai scritte dopo 26 anni che eri via da qui... «Como è molto per me. Moltissimo. Lì sono arrivato ragazzino, sono diventato uomo, con tutte le incertezze e gli entusiasmi giovanili. Il distacco dalla famiglia a 14 anni e dunque la necessità di trovare una accoglienza che fosse un porto sicuro. E la trovai nel settore giovanile del Como. Amo Como, sento che è casa mia. Le giornate ripetitive ma entusiasmanti, la sveglia, il pulmino, l’allenamento, le parole di Favini e Massola. Una scuola di vita«.
Ci torni mai? «Ci torno quasi una volta all’anno. Ma non per andare a vedere la partita, ma per girare la città con mia moglie. Viale Geno, lo stadio, il centro. Sento gli stessi profumi. Anche di un momento fondamentale della mia vita«.
Quando? «Dopo la squalifica, per un periodo tornai da mia mamma a Marina di Ravenna. Era morto papà, io squalificato. Poi Preziosi mi diede un’altra opportunità, stracciammo il contratto da giocatore e mi consentì di restare in famiglia, dovevo scegliere solo cosa fare. Beh, tornai a Como timoroso, era la prima volta dopo tempo. Avevo paura di essere guardato male. Ma già dai primi passi in centro, dal primo caffè al bar, trovai comprensione, pacche di incoraggiamento. Lì capii come sono fatti i comaschi. Non dimenticano. Non tradiscono».
Lo scorso anno sei tornato a Como a vedere la partita. Che effetto ti ha fatto? «Forte. Io e mia moglie ci siamo comprati la maglia del Como, e poi siamo andati dietro la curva a respirare l’aria di quei tempi. E’ stato emozionante. Certo oggi tanti ragazzi non sanno neppure chi sono, normale. Ma molti che erano presenti in quegli anni sono venuti a salutarmi. Volevo andare in curva, ma non mi hanno fatto entrare, perché avevo il biglietto di tribuna. Poi lo stadio, i colori, il Sinigaglia. Bello».
Che impressione ti ha fatto vedere cosa è diventato il Como? «Impatto notevole. Anche se pure da lontano si capisce cosa ha fatto questa società. C’è solo una cosa che mi ha colpito».
Quale? «Il vedere che non ci sono ex giocatori del Como in società. A parte Centi, che è un totem. Ma a livello comunicativo, empatico, questa cosa l’ho sentita. Per me è importante avere un tramite tra la proprietà, i giocatori e la realtà che circonda la squadra, un ponte con la storia. Mi immagino un Gattuso, un Ardito o qualcun altro. Evidentemente fanno diversamente. A Udine è differente, in questo».
Sei stato 20 anni all’Udinese, e lunedì c’è Udinese-Como. «Credo che siano due realtà molto diverse. Il Como ha la fortuna di avere capitali che lo fanno muovere serenamente. Poi non sbagliano un colpo, eh. Ma l’Udinese è un’altra storia. La capacità di chiudere il bilancio in attivo facendo calcio in Serie A con risorse gestite bene. A livello familiare. Como: ottimo. Udinese: miracolo».
Quando tu tornasti al Como, dopo lo choc dell’episodio Bertolotti e una clausura durata qualche mese, Preziosi ti aprì l’ufficio per un’altra strada. «Lui era stato molto duro a parole, dopo l’episodio. Forse perché doveva. Ma in quei giorni mi sentii solo. E’ lì, più delle altre volte, che sentii l’amore per i tifosi del Como, che furono gli unici a difendermi. A consolarmi. A non abbandonarmi. Forse anche decisivo nel cambio di rotta di Preziosi, che però fu eccezionale. Se sono quello che sono oggi, lo devo anche a lui».
Ti passò al marketing. «In realtà disse: devi aspettare più di tre anni per tornare a giocare, questo è un contratto da dipendente, poi vediamo cosa vuoi fare. E io: vorrei fare il marketing. Era una novità. Come si dice oggi: una start up».
E... «Imparai tutto quello che poi ho messo a frutto all’Udinese nel marketing e oggi con la mia azienda di abbigliamento sportivo. Ma soprattutto mi inventai qualcosa».
Tipo? «Il Bullo, cioè il pupazzo, è opera mia. C’era da fare la mascotte, una delle prime cose che proposi. Mi piaceva il bulldog, cane da una parte aggressivo ma dall’altra allegro, spesso protagonista anche nei cartoni animati. Lo presentammo al Toys Center. Poi mi inventai la hospitality. Sotto la sede, dove si riunivano imprenditori locali all’intervallo, lanciai l’idea del catering».
In embrione quello che fa il Como oggi in grande. «Sì, oggi è una esigenza delle società. Il Como lo fa benissimo. Ai miei tempi era un inizio».
Perché hai scritto un libro? «Ricordo che mi chiamò il giornalista della Gazzetta Sebastiano Vernazza per farmi una intervista, ero nella carrellata di ex calciatori che si erano reinventati fuori dal calcio. E parlando e raccontando ho scoperto di avere una storia da dire.
Però, certo, il pugno ha un ruolo centrale. «Ma vuoi farmene parlare ancora...?»
Ma no, però mica possiamo ignorarlo. «Ho sbagliato. Ho chiesto scusa. Non c’è stato un incontro tra noi due, io e Bertolotti, perché è legittimo che uno non mi voglia vedere. Sono contento solo che a Modena molta gente si sia ricreduta su di me. Il gesto è quello, non ci sono alibi o scuse. Ma non sono il violento che qualcuno voleva disegnare».
Il momento più bello a Como. «Ce ne sono tanti. Potrei dire l’esordio in prima squadra con Burgnich in una partita di Coppa Italia con il Catanzaro. Potrei dirti il gol promozione a Verona, ma anche quello in semifinale con il Mantova in casa. La foto di quella esultanza l’ho messa sulla copertina del libro, perché ricordo il boato della curva al mio gol, è un momento speciale. Ma c’è un ricordo davvero significativo per me».
Quale? «Quando tornai allo stadio per la prima volta dopo “il fatto” a una partita del Como. Era qualche mese dopo, ero terrorizzato, mi fermai davanti al cancello, quasi in trance. Temevo gli sguardi della gente. Entrai quasi senza guardare, poi vidi che un signore si alzò, e piano piano lo fece tutta la tribuna che cominciò ad applaudire, e poi la curva a cantare il mio nome. Quel ricordo resta indelebile».
E’ vero che non volevi più tornare a giocare? «In quei mesi in ufficio, avevo scoperto un nuovo mondo, era la mia strada. Io forse non sarei più tornato, ma poi Preziosi poco prima della fine della squalifica cominciò a chiedermi cosa volevo fare e nel frattempo i tifosi cominciarono a fare il count down, a chiamarmi. E allora sono tornato».
Ma non eri più tu. «Il rientro era stato bello, a Genova, lo striscione di bentonato, la fascia di capitano.... Ma la stagione andò male. E piano piano capii che la mia vita era dietro una scrivania. L’anno dopo a Perugia, pur in una squadra che poi andò in A, a metà stagione dissi basta. Stop».
Nel libro parli diffusamente dei dolori della tua vita. La scomparsa di tuo fratello e dei tuoi genitori. «Mio fratello si chiamava Angelo, in famiglia era Lino. Quando il Cesena non mi prese a 13 anni, fu lui a trovare la possibilità di andare a Como o a Empoli. E da lì mi seguì come consigliere, angelo custode. Morì di infarto che io avevo 15 anni. Da allora ho sempre fatto le cose anche per lui, perché dovevo ripagarlo di tutto quello che aveva fatto per me. Ho un tatuaggio con una A e due ali sulla spalla».
Ma nel libro metti in relazione il pugno a Bertolotti con i tuoi dolori nella vita. «Non c’è una relazione diretta. Ho detto che non voglio alibi. Più che altro lo metto in relazione alla mia personalità. Sono sempre stato descritto come uno taciturno, scontroso, isolato. In realtà ho dovuto fare sempre i conti con quella perdita, con la pressione di non tradire chi aveva avuto fiducia in me. Forse spesso ho preso le cose come una ingiustizia».
Come l’espulsione contro il Modena che fu all’origine del fatto. «Beh, fu una espulsione ingiusta, ma questo non c’entra e non giustifica quello che ho fatto dopo. Certo era un periodo strano, ero partito benissimo, ma si leggeva che ero sul mercato, forse non ero sereno, non so».
I tuoi allenatori. «Bene con Dominissini e De Vecchi. Meno con Scanziani e Marini. Cose di calcio, eh, nulla di personale».
Vedi ancora le partite? «Se devo essere sincero, poche. Il calcio mi annoia. Secondo me dovrebbero cambiare le regole, per esempio eliminare il pareggio come nel basket. Così potrebbe cambiare la filosofia delle partite».
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