Como calcio
Sabato 31 Gennaio 2026
Lele Adani: «Questo Como è cultura. Ecco perchè amo Fabregas...»
L’intervista Una mattinata a Milano insieme al commentatore della Domenica Sportiva e di Viva el Futbol: «Sono stato al Sinigaglia, c’è un clima eccezionale. Qui vengono premiati i valori e il lavoro. Il mio rap? divertente»
Milano
Lui è il guerriero tv che esalta il gioco del Como. Lui è il narratore che, nella disfida tra risultatisti e giochisti, prende sempre le parti dei secondi. Lui è il commentatore calcistico diventato mito per come diffonde e tramanda l’amore e la passione per il calcio. Lele Adani, commentatore della Domenica Sportiva e nel podcast Viva el Futbol (con Cassano e Ventola), che nelle ultime settimane ha speso parole di incanto per il Como di Fabregas. Lo abbiamo incontrato in un bar milanese zona Porta Romana, dopo averlo visto (esaltato) in tribuna al Sinigaglia a Como-Torino. Esuberante, appassionato, coinvolto, epico nella narrazione. Come sempre. Insomma, divertente.
Lele, questa sfida tra giochisti e risultatisti. Che dici?
Che è una domanda posta in modo sbagliato. Per me non esiste. Perché sembra che i giochisti pensino a fare spettacolo e gli altri a vincere. Invece tutte due le categorie puntano a vincere. Problema posto in maniera sbagliata. La differenza è tra chi vuol essere superficiale e chi vuole approfondire.
Dunque?
A me interessano il valore e il lavoro. E nel Como c’è tanto valore e tanto lavoro. La cultura del lavoro. Allora sì mi esalta il Como, perché per arrivare al risultato percorre strade mai viste prima. Cose nuove.
Per esempio i rilanci di Butez.
Intanto ribadisco: il portiere del Como in certe cose è il migliore del mondo. Sulla maniera di rilanciare il gioco si dicono banalità, si parla genericamente di ripartenza dal basso. Ma per tre volte a Como-Torino ha rilanciato lungo pescando il giocatore. E lo ha fatto in tre maniere diverse, prima pescando Douvikas, poi Baturina e infine Da Cunha.
E allora?
Significa che il Como, nelle ripartenze del basso, come in altri aspetti, ha un piano A, B, C, D e se gli bloccano quelli ha un piano E, F, G. Vuol dire farsi pressare per aprire altri spazi.
Fabregas è un fenomeno?
Di lui mi affascinano alcune cose. Ad esempio è empatico. Perché certe cose le ottiene dai giocatori solo perché riesce a trasmettere entusiasmo. Una volta ha detto che un giorno potrebbe anche mettersi a guardare la sua squadra scoprendo giocatori che sanno già cosa fare, sanno già l’opzione alternativa. Questo sarebbe davvero il massimo. Per esempio mi sorprende per come sa ottenere certi risultati sul campo con il poco tempo che ha a disposizione. Vedo una storia diversa, uno che ha saputo essere umile nel suo ruolo nonostante il suo passato da calciatore. Uno che è assorbito dal suo lavoro in modo totalizzante ma non è stressato per questo.
E poi?
Che lui ha capito che il calcio, comunque vada, è dei calciatori prima che degli allenatori. Sono loro che sono fondamentali, non devono essere robot, ma devono avere capacità di scelta. Questo, il Como ce l’ha.
Fabregas farà bene anche in un grande club?
Questa è una buona domanda. Fabregas sarà un grande. Certo allenare due realtà diverse, è un tema. Thiago Motta ha fatto corse egregie a Bologna, ma alla Juve non è riuscito a empatizzare. Giocare con gente che ha 5 o 6 presenze in carriera è diverso che con campioni che hanno 100 presenze. Dall’altro canto, però, non c’è più alta capacità di sacrificarsi pur di vincere di quella che c’è nelle squadre fatte di campioni.
Il no all’Inter, le frecciatine, la guerra ideologica sui sistema di gioco... Fabregas è antipatico?
Io credo che ci sia una mentalità per cui si prende la scusa per criticare un allenatore che gioca in un certo modo, quando perde, per difendere il territorio. Allora se Fabregas vince è perché hanno speso 150 milioni; oppure: eh, se mettevano un altro lì magari faceva meglio. Scuse per difendere un territorio. Un fatto di cultura: decidere se si vuole aprire la mente verso un giovane che fa e dice certe cose e fa bene il suo lavoro, oppure no. Succede anche nella vita di tutti i giorni. Poi però nel calcio decide il campo verde e allora per onestà intellettuale basterebbe limitarsi a vedere se il Como è sesto o sestultimo. Il no all’Inter? Se rifiuti una grande, va bene solo se rimani confinato lì e non dai fastidio. Rimani nella tua dimensione. Mi ricordo Di Natale all’Udinese. Poi nelle valutazioni c’è anche, però, lo sport di salire e scendere dai carri, e lì siamo specialisti... Fabregas è cultura perché spinge a riflessioni, a cercare di capire cosa fa e come lo fa.
Dove può arrivare il Como?
Io dico sesto posto. Certo sta facendo molto bene.
Fabregas è innamorato del progetto. Può ottenere la Champions? O addirittura lo scudetto?
Non ti so rispondere. Dico solo che alla fine, l’ultimo tassello per la vittoria te lo dà il campionissimo che fa la differenza. Tra averlo o non averlo cambia molto. E una “piccola” difficilmente arriva ad averli.
Sei stato a Como-Torino. Sembra che tu ti sia divertito...
Molto. Moltissimo. Io amo quei posti dove si sente l’elettricità, dove senti che il calcio è del popolo, dove si vive una passione particolare. Mi è piaciuto l’ambiente. Mi è capitato di vivere esperienze simili, come l’Atalanta degli scorsi anni, o il Napoli. Dove c’è una congiuntura tra campo e passione popolare.
Che sensazione ti dà il Como?
La cosa che mi risulta evidente è l’armonia, l’omogeneità tra a proprietà, l’area tecnica, lo staff e i calciatori. Questo è evidente. Presidente, ds e allenatore si vede che lavorano in sintonia, parlano la stessa lingua. E questo è molto importante.
Hai fatto un rap dedicato al Como...
Ah sì (ride, ndr). Mi piace dilettarmi in quelle cose lì. Trovo la sequenza di note e ci metto le parole. Un bel ritmo che descrive bene una azione del Como...
Ti abbiamo portato la maglia che il nostro giornale ha creato per Fabregas.
Porca miseria, grazie. Oh, prima o poi questa la metto eh...
Come chiudiamo?
Viva el Futbol.
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