Nico Paz disperato: lacrime dopo l’errore

La scena Quando Nico Paz si è avvicinato al dischetto, i tifosi allo stadio si sono guardati negli occhi senza dire nulla

Como

Un ragazzo biondo di 21 anni piange in mezzo al campo. Le sue guance fanno da scivolo alle lacrime, gli rigano il volto. Non si dà pace per quello che ha appena visto, per l’errore che ha commesso. Un incubo che torna e ritorna, ogni volta con una carica sempre più angosciante.

Quando Nico Paz si è avvicinato al dischetto, i tifosi allo stadio si sono guardati negli occhi senza dire nulla. Nelle loro teste, il pensiero di rivivere una scena già vista. A un certo punto, qualche commento: perché lo tira lui e non Morata? Perché non Sergi Roberto? Perché non Baturina? E poi di nuovo silenzio, perché Nico ormai ha deciso di prendersi quella palla. La rincorsa. Poi il tiro. Il pallone che raggiunge le manone di Carnesecchi e si trasforma in un’ennesima occasione tradita. Una delle tante nel corso della partita. La più importante. La più decisiva.

Perché quel pallone aveva un valore in più. Il valore dell’urlo di un gol al novantesimo. Il valore di un campione che sa fare di tutto in campo, ma deve ancora sbloccarsi dal dischetto. Il valore di tre punti, banalmente. Il valore, inutile nascondersi, di un posto in Europa che sarebbe stato quasi ipotecato. Invece no, perché il calcio lo ha inventato il diavolo. Ma anche perché Nico i rigori, serve essere onesti, li ha battuti sempre e tutti male. Con il Lecce, con la Lazio e ieri con l’Atalanta.

Facile parlare con il senno di poi, direbbe qualcuno. Ma in una gara chiusa, giocata praticamente tutta in 11 contro 10, con tantissime occasioni create e la possibilità di avere in mano la palla decisiva, scegliere di caricare la responsabilità sul giocatore che fino adesso non è riuscito a risolvere la maledizione degli undici metri era quantomeno un rischio. Un rischio pagato carissimo, che si è risolto in lacrime, rammarico, amarezza.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia. Lì, nel centro di un campo diventato improvvisamente un deserto emotivo, Nico viene abbracciato da tutti i compagni e dal suo allenatore. Non riesce nemmeno ad alzare la testa. Le mani sui fianchi, immobile. Tutti si stringono intorno a lui come a volerlo proteggere, accudire. Non è più solo un giocatore che ha sbagliato. È un ragazzo che cade e un gruppo che sceglie di rialzarlo. E così anche il pubblico presente allo stadio: scaricata la rabbia per aver pregustato una vittoria poi svanita, il Sinigaglia ha fatto risuonare il coro “Nico, Nico, Nico”. Una scelta atipica, fuori dall’ordinario, dato che la curva del Como ha sempre deciso di non dedicare per nessun motivo cori a singoli calciatori, ma sempre e solo alla squadra in generale.

Quello di ieri allora, nella sua tragedia sportiva, è stato anche un momento speciale. Un momento speciale per un giocatore speciale. Alla fine Fabregas, che non ha guardato il rigore, davanti ai microfoni ha voluto supportare il suo calciatore, dichiarando che «I giovani non vanno ammazzati per un errore. È giusto che faccia male ma è parte del percorso. Siamo con Nico e con tutti questi ragazzi che hanno il coraggio di provare a fare la differenza». Proprio così, il coraggio di fare la differenza, di incidere. Di voler entrare nei cuori della gente.

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