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Giovedì 28 Agosto 2025
Zambrotta: «Questo Como sembra il mio Barcellona»
Intervista «Un puzzle riuscito. Fabregas ha le idee chiare. Ma ha anche la fortuna di avere una società che lo accontenta in tutto e per tutto»
Como
Ciao Gianluca, hai visto che Como?
Ho visto sì. Davvero una cosa piacevole.
Sembra un po’ il tuo Barcellona...
In alcune cose sì. Già noi facevamo un possesso di palla di qualità. Ma forse il Como di Fabregas è più simile al suo, di Barcellona. quello del Guardiolismo, del tiki taka. Con delle differenze, ma insomma...
Fabregas ti piace?
E come fa a non piacerti? Ha delle idee chiare, sa cosa vuole, gioca sempre per vincere. Il sogno di ogni tifoso.
Ma secondo te il segreto del Como dove sta?
Mmmm... sento dire spesso solo una cosa. C’è chi parla dei soldi per il mercato, chi di Fabregas, chi dei talenti... In realtà il calcio è un puzzle, e quando hai la bravura o la fortuna di far tornare tutto, l’impianto funziona. Mi spiego meglio?
Prego.
E’ indubbio che Fabregas ha le idee chiare, come detto. Ma ha anche la fortuna di avere una società che lo accontenta in tutto e per tutto. Perché a volte nel calcio magari gli allenatori si devono accontentare. E poi c’è il calcio offensivo, ma se il passaggio a Douvikas contro la Lazio non lo fa Paz, ma lo fa uno che sbaglia la gittata, l’idea di calcio è la stessa, ma si arena tutto. Qui c’è davvero la quadratura del cerchio, ci sono tutti gli ingredienti. E i risultati si vedono.
Il Como sta dando uno schiaffo al calcio italiano. E dirlo a te, che sei ora nel progetto dello sviluppo dei giovani della Federazione, non è banale.
In effetti battono strade diverse, anche nel modo di fare mercato, hanno i data base, in questo il Como è diverso.
Ok, ma poi i giovani li fa giocare. Non li tiene in panchina.
Eh, questo è un po’ un cane che si morde la coda. Il Como fa giocare i giovani perché li ha di qualità. E li ha di qualità perché ha i soldi per arrivare, prima degli altri, su elementi di un certo tipo. Nelle grandi squadre, poi, c’è sempre l’ansia da risultato, così magari sei più prudente. Però è vero che in Italia si fa fatica a far giocare i giovani. Anche se qualcosa secondo me sta cambiando. Il Como in questo è all’avanguardia. Piuttosto c’è una cosa che mi amareggia.
Cosa?
Non vedere nemmeno un italiano nel Como. Ho letto le dichiarazioni di Suwarso, sogna una squadra tutta italiana. Bello. Ma io penso, appunto, al fatto che non ci siano giovani appetibili. Speriamo che cambi in fretta, io ci conto.
Beh, adesso c’è il nuovo progetto della Figc con te e Perrotta proprio per questo.
Sì, presto avremo una riunione operativa. L’obiettivo è lavorare sui talenti con una certa mentalità.
Tornando al Como. Tu ci vai allo stadio, vero?
Certo. Da tre anni circa non perso una partita, sono andato anche in trasferta. Abito in centro, ci vado in bicicletta con mio figlio Riccardo. E’ un piacere avvicinarsi allo stadio e vedere tanto entusiasmo, tanta partecipazione. Anche in questo la società indonesiana è stata molto brava. Alcune realtà di provincia magari sono più legate a una ambientazione stile ventanni fa, a Como invece si respira uno scenario da grande squadra. Che bello vedere tanti stranieri allo stadio.
Lo Zambrotta del debutto nel Como, nel 1995, ci sarebbe stato nel Como di Fabregas?
(Ride, ndr). Mah... forse sì. Facendo due conti, io giocavo in serie C, ma feci il salto in A nel Bari a 20 anni e fui subito titolare. Dunque potevo starci.
La tua carriera è stata da quinto a tutta fascia, ma al debutto con Tardelli, Scanziani e Marini, dal 1995 al 1997, sembravi Diao...
(Ride di nuovo, ndr) In effetti cominciai da esterno offensivo, a volte anche seconda punta. Avevo una bella falcata, saltavo l’uomo... Ma avevo un difetto: non facevo mai gol. Mai mai eh. Per questo da esterno, forse Fabregas non mi avrebbe fatto giocare.
Potevi essere un Diao.
Si quando è stato fatto giocare a tutta fascia. O un Vojvoda.
Chi è il giocatore che ti piace di più del Como?
So che c’è tanta attenzione per Paz e Diao, naturalmente, ma io dico Da Cunha e Perrone. Mamma mia, come mi piacciono quei due lì. Da Cunha è veramente fondamentale.
A chi assomiglia, tra quelli con cui hai giocato tu?
A Pirlo. O a Xavi. Stessa capacità di fare un po’ tutto, con i piedi buoni, magari andare anche il tiro.
Dove può arrivare questo Como?
Difficile dirlo. Dopo il precampionato che ha fatto e il debutto in campionato, stando pure prudenti, si può concludere che... migliorerà la posizione dell’anno scorso. L’Europa? Secondo me non è un’utopia. In Conference o in Europa League potrebbe arrivare tranquillamente. Meglio aspettare qualche partita in più, perché poi i valori si assestano dopo qualche giornata, ma si vede già di cosa stiamo parlando.
I tifosi dicono che tu a un certo punto sei stato troppo distante dalla squadra. Che si aspettavano un tuo intervento magari nei tempi bui...
Questa cosa mi spiace molto. Sono un grande tifoso del Como, è la squadra della mia città dove sono cresciuto. Ma so che da fuori le cose si fanno sempre troppo facili. La verità è che io dopo la fine della carriera non ho mai pensato di avere un ruolo dirigenziale nel calcio. Ho fatto per un po’ l’allenatore, ma non mi andava di fare il ds o cose così. Angiuoni mi aveva fatto presidente onorario, nel 2006. Ecco l’Ambassador l’avrei fatto volentieri. Ma non è che puoi andare a suonare il citofono. Deve esserci una congiuntura. Gandler, all’inizio, mi propose proprio quel ruolo, e sarei stato felice, ma non potevo accettare perché avevo un incarico in Federazione.
Qual è il ricordo più bello della tua carriera da giocatore nel Como?
Il debutto in serie B. Favini, Massola, Beltrami e Tardelli ci lavorarono a lungo, poi a Como-Cesena, ultima di B, Tardelli mi mandò in campo.
Poi due anni di C con Scanziani e Marini.
Due allenatori che mi hanno dato molto. Diversi tra loro. Scanziani era molto maestro, veniva dal settore giovanile, aveva attenzione per i giovani.. Peccato che alla vigilia delle semifinali e finali playoff mi venne la mononucleosi e dovetti saltare le partite per la promozione in B.
Magari con te in campo il Como avrebbe battuto l’Empoli di Spalletti...
Bello pensarlo, ma ero comunque solo un ragazzo.
Marini?
Era molto allegro, molto positivo, ci faceva ridere. Ci dava i soprannomi, a me mi chiamava Camel, per via della falcata.
Rapporto con i compagni?
Ehi, non era mica come adesso eh... Per noi giovani erano solo mazzate. A fin di bene. Ma mazzate. Mi ricordo Mirabelli, era lui che ci faceva rigare diritto, che fissava le regole. Guai a sgarrare. Mi ricordo che andavo molto d’accordo con Cecconi, mi insegnò molto. E poi c’era il gruppo di noi giovani, Vignaroli, Ferrigno, De Ascentis, Bravo con cui facevamo team.
Dicevi che giocavi in avanti.
Una volta Massola, in una partita della Primavera, mi schierò punta e feci due gol. Allora qualcuno pensò che avrei potuto fare l’attaccante. Ma ero troppo grezzo sotto posta, mi mancava la stoccata.
Raccontaci il tuo sogno diventato realtà.
Ho due episodi.
Prego.
Quando ero nelle giovanili ci allenavamo su due campi, uno in terra e uno... di fango. E sullo sfondo c’era il campo centrale, quello usato per la prima squadra, che brillava di un verde intenso. Ecco, quel prato per noi era un richiamo, un obiettivo. E la prima volta che andai ad allenarmi con la prima squadra su quel campo ebbi la sensazione che qualcosa stava succedendo.
L’altro?
In corridoio, a casa, giocavo con la palla di pezza. Il mio idolo era Roberto Baggio, avevo anche il poster in cameretta. Beh, venne il giorno del mio debutto in Nazionale a Pisa, contro la Norvegia. Il giorno prima avevo rilasciato una intervista in cui avevo raccontato la mia venerazione per Roby. Entro nello spogliatoio, e penso a come sarà il nostro incontro, se mi alzerò ad andare a presentarmi. Invece entra lui, viene da me e mi dice: “Ciao Gianluca, grazie mille per le belle parole che ha detto su di me”. Capito? Lui che viene a ringraziare me debuttante. Ancora oggi quando ci vediamo ne ridiamo.
Come Paz con Messi.
Oltretutto loro hanno lo stesso ruolo e gli ha fatto pure l’assist...
Da un azzurro all’altro, dunque: la Nazionale.
L’anno prossimo sarà il ventennale del Mondiale del 2006. Spero che si organizzi qualcosa, sarebbe bello. Ovviamente con l’Italia qualificata ai Mondiali.
Novantotto presenze, due gol.
Ho segnato poco in Nazionale, ma come detto non è che fare gol fosse il mio mestiere. Nel Como mi pare che ne segnai quattro. Comunque feci gol ai Mondiali contro l’Ucraina. Però 98 presenze non sono poche. Tre Mondiali e tre Europei, con due finali.
Sarai ancora ospite della Gialappa’s su Sky?
Sì, certo, per le partite della Champions. Con loro non ci si annoia. Ridono e scherzano, ma di calcio ci capiscono eh.
Abbiamo letto che dovrai operarti alle gambe.
Entro fine anno. C’è da sistemare la curvatura. Un guaio innato che però la carriera da calciatore ha peggiorato.
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