Gozzoli: «A Como ho pianto due volte: i gol rubati e la A con il Pisa»

Intervista Azzurro del grande salto Anni Ottanta:«La testata con Cecconi, i racconti di Sguazzero, la sorpresa di Militello, il gatto nero. E ora mi godo Fabregas»

Avrà anche giocato solo due anni nel Como (peraltro non banali: grande salto dalla C alla A del 1978-80). Ma ormai Gigi Gozzoli abita qui da 37 anni, ha continuato a lavorare nel calcio qui (procuratore nel team di Martina), frequenta gli ex compagni in cene goliardiche tutte le settimane e infine non perde una partita del Como. Insomma, quei due anni si sono moltiplicati a tal punto da considerarlo, lui di Verolavecchia (Brescia), ormai assolutamente un comasco a tutti gli effetti. Con un legame ancora forte per i colori azzurri.

Due anni nel Como, Gigi.

Arrivai nell’estate del 1978 dal Riccione. Me ne andai nel 1980 dopo due promozioni. E pensare che non ci volevo venire.

Perché?

A 16 anni ero già in panchina in serie A, nel Bologna, allenatore Pesaola. Un giorno a un allenamento allo stadio Dall’Ara, partitella, il mister disse: mi raccomando oggi non fatevi male. Io feci volare Rampanti. Lui dalla panchina mi urlò “Lei è un cretino”. Io nello spogliatoio andai da lui e gli dissi: “Il cretino è lei, e per me può andare affanc...”. I compagni mi chiesero se ero impazzito, ma ero così, un po’ controcorrente. Potevo debuttare in A e invece mi ritrovai all’Imola.

Ok, ma cosa c’entra il Como?

Prima l’Imola, poi il Riccione, poi mi voleva il Rimini... Sai com’è, diciamo che in Romagna si stava bene. Quando mi dissero che dovevo andare a Como in C, non ero felicissimo.

Allenatore Marchioro.

Ritiro a Brunate, corse nei boschi poi viaggio in funicolare per andare ad allenarci allo stadio. Ma io stavo male, volevo scappare, piangevo durante i trasferimenti... Poi accadde che il preparatore Sguazzero ci radunò al bar vicino alla stazione della funicolare dopo l’allenamento. Cominciarono questi appuntamenti serali, con lui che raccontava le avventure di Rambone, l’allenatore un po’ naif dell’anno prima: morivamo dal ridere. Mi passò la malinconia. E fu un ritiro meraviglioso. Ma devo molto a Sguazzero. Quando lo vedo, glielo dico sempre.

Prima stagione, promozione in B.

Io giocavo mediano con il numero 4. Melgrati e Savoldi esterni, Campidonico e Vierchowod centrali, io Stefanelli, Mancini e Pozzato a centrocampo, e davanti si alternavano Nicoletti, Cavagnetto e Fiaschi. Grande stagione.

Aneddoti?

Io segnavo raramente. Ma il gol con il Piacenza mi fece sorridere. Tiro di destro, palo, la palla torna a me che segno di sinistro. In B non segnai. Ma qualcuno me lo rubò Cavagnetto... (ride, ndr).

Come?

In C nel derby con il Lecco, la palla stava rotolando in rete, ma lui la toccò sulla linea. Nelle foto si vede che esultiamo ma io sto mandandolo a quel paese. Anche nel famoso 3-3 a Monza, mi anticipò di un soffio segnando l’1-0. In quella partita capii quanto era grande Marchioro.

Perché?

Nel primo tempo curavo Massaro. All’intervallo arriva il mister e mi chiede: come va lì sulla sinistra? E io: benissimo, ho costretto Massaro a fare il terzino. Nel secondo tempo lui segnò due gol. E mi dissi: cavolo Marchioro aveva capito tutto, aveva visto cose che anche io dal campo non avevo visto.

La stagione della B, vinta anche quella.

Ritiro estivo, arriva il presidente Tragni e dice: bel gruppo, facciamo quattro innesti, Lombardi, Volpi, Fontolan, Serena. Perché vogliamo vincere il campionato. Pensavo fosse matto. Invece aveva ragione. Però venni spostato a fare il terzino. Lo facevo già a Bologna. E poi ero abituato a cambiare: nelle giovanili della Cremonese, con Prandelli e Cabrini, facevo il libero... No problem.

Terzino moderno, di spinta.

Andavo su, saltavo l’uomo ma non concludevo mai. Erano tutti cross per le punte che infatti segnavano parecchio.

Ma dopo la promozione in A, la non conferma.

Me lo dissero a fine stagione. Volevano un esterno più esperto e presero Riva. Tornai a casa e mi misi a piangere. Pianto all’arrivo e pianto alla partenza.

Trasferimento al Pisa, l’avversaria del Como di domenica.

Tre anni e mezzo. Un sesto posto in B, una promozione in A e una salvezza. Lì ho giocato la serie A che non giocai a Como. Il bello è che, quando arrivò Agroppi, mi disse: vuoi fare il terzino o il mediano? Dissi: il mediano. E così il Pisa prese Riva, quello che mi aveva tolto il posto a Como.

Arrivò anche Todesco.

Begli anni, a Pisa. Una piazza più accesa di Como. Della mia Como, non di questa. Noi qui eravamo in testa in B ma giravi in centro senza problemi, ignorati. A Pisa non potevi uscire di casa. Una sera con Todesco eravamo a cena fuori, al ritorno ci attraversò un gatto nero e io, che guidavo, mi bloccai. Non si passa finché non transita un’altra macchina! Todo mi dava del matto, ma non ci muovemmo per mezzora. La scaramanzia me l’aveva attaccata Romeo Anconetani, il presidente, quello che spargeva il sale in campo prima delle partite.

Fine carriera ad Arezzo, per una testata.

Ultima di campionato, ci serviva un punto e giocavamo con i miei amici del Pisa. Nel prepartita dissi scherzando (ma non troppo): lasciateci un punto o stavolta vi faccio male. Prima palla, scontro di testa con Luca Cecconi. Bum: ambulanza, ospedale, fine carriera. Mi chiamavano: ma non eri tu che dovevi far male agli altri? Il posto all’Arezzo me lo aveva trovato Agroppi, con il quale avevo un rapporto stretto. Un uomo profondo, complicato anche, ma tutto da capire, interpretare. Gli sono stato vicino sino alla fine.

Spesso sei a cena con i tuoi vecchi compagni.

Todesco, Cavagnetto, Fiaschi, Viercowod, Sguazzero, Sinigaglia... E poi a volte è venuto anche Militello, quello di Striscia la Notizia.

Come mai?

Una volta io e Todesco abbiamo giocato una partita benefica, a San Donato. C’era anche Militello che appena ci ha visto si è inginocchiato. «I miei eroi!». Io pensavo ci prendesse in giro, invece è tifoso del Pisa e la cena dopo ci ha portato le nostre maglie e un quadernetto dove annotava tutte le nostre partite. Pazzesco. Ora siamo amici.

37 anni da cittaadino comsco.

Abito a Orsenigo. Decidemmo di fermarci qui con mia moglie Daria che è comasca. Faceva la segretaria del fotografo Diotti. La conobbi in centro. Diotti era un amico: quando esordii in serie A, me lo trovai a Cesena-Pisa pronto a immortalarmi. E anche quando giocai contro Maradona in Coppa Italia, Perugia-Napoli. Venne a fotografare me, ma ne approfittò per fotografare anche Diego. Quel giorno è l’unica volta che mi accorsi del pubblico. Di solito giocavo in una bolla, ma quella volta lo stadio era strapieno.

Altri amici?

Vorrei ricordare Melgrati. Una volta ero senza squadra, deluso dal Perugia che non mi aveva riconfermato. Volevo smettere. Melgrati allenava la Pro Patria e mi consentì di fare il ritiro con loro.

Questo Como ti piace?

E come no? Meraviglioso. Non mi perdo una partita. I giocatori sanno tutti cosa fare, mi colpisce la loro serenità. Il mio era un calcio diverso, io amavo il rombo in mezzo. Ma questo è fenomenale. Appena finisce una partita non vedo l’ora che arrivi quella dopo.

Domenica Como-Pisa, la tua partita.

Non sarà facile. Il Pisa non ha mollato, è molto carico. Sarà una bella partita.

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