Il Sinigaglia che fa rima con... maglia

Il colore La coreografia è stata un omaggio alla casacca come simbolo di fedeltà: erano dieci gigantografie. La gente ha risposto all’appello di presentarsi allo stadio vestendone una: quanti reperti fuori dagli armadi

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Como

Lo spettacolo ieri era (anche) fuori dallo stadio. Quando i tifosi ci si mettono, riescono ad accendere una miccia sotterranea che esplode, poi, in un commovente artificio di passione. Tam tam sotterraneo, il cuore che batte, il sentimento, i legami di affetto, familiari, genitoriali, ricordi, vivi e struggenti, di tutto un po’ in quello che agli occhi può sembrare una semplice carnevalata calcistica, e invece per la gente che si raduna dietro la curva è molto, molto (bastano due? no), molto di più. E non importa che tu sia il ragazzino che si mette a cavalcioni della ringhiera con fare macho o il tranquillo brizzolato padre di famiglia: è un sentimento uguale per tutti.

Raduno

Dunque. Succede che la curva organizzi una coreografia dedicata alle maglie del Como. O alla maglia come valore, fate voi. E che per organizzare una reunion di famiglia azzurra che più riuscita non si può, lanci l’appello: «Domenica venite allo stadio con una maglia del Como, nuova o vecchia che sia». E, soprattutto, che la gente risponda presente, come una sfida, un gioco, una festa di carnevale dove andare con il vestito più originale possibile. E allora, in settimana, scatta la caccia alle maglie, la caccia agli scatoloni in solaio, alle bacheche appese in casa. E il risultato lo vedete in queste immagini e in questo racconto. Sino dalle 8.30 del mattino (vero: c’eravamo) ha cominciato a circolare gente attorno allo stadio che non vedeva l’ora di mostrare all’amico o al vicino di posto la propria maglia vintage. Ogni maglia, un ricordo. Di gol, vittorie e sconfitte. Certo. Ma soprattutto di emozioni, di viaggi, di amici, di risate, di birre, di arrabbiature, di pioggia. Di amore. Difficile spiegare cos’è una maglia da calcio per chi non è appassionato. Uno potrebbe vederla solo come un semplice indumento. E invece ci sono geroglifici indimenticabili, fatti di particolari per qualcuno insignificanti, e invece meravigliosi, sponsor, grafica, stemma, numero, tonalità, colletti. Ne abbiamo viste di tutti i colori. Nel senso, certo, azzurro soprattutto, ma non in quel senso lì. Un ragazzo della curva ha sfoggiato la maglia di Melgrati 1978-79, che forse avrebbe vinto fosse stato un concorso. Se la giocava con una del 1981-82, con Fantic Motor come sponsor. E poi la maglia di Music, quella di Ferrigno, di Brevi, di Iovine, di Pradella, di Ferracuti, di Gattuso, di Cecconi e mille altre, tutte indossate come una reliquia, una seconda pelle. Anzi, sfoggiate più che indossate; anzi, esibite più che sfoggiate; anzi, celebrate più che esibite. E la chiusura della faccenda, è stata la coreografia della curva. Dieci maglie su tela, tutte rigorosamente dipinte a mano, con l’undicesima in campo. E il lunghissimo striscione: «Vivo per lei lo so mi fa/ girare di città in città», che dovrebbe forse essere cantato sulle note di Bocelli.

Coreo

Curiosa la scelta delle dieci maglie rappresentate. La prima degli Anni Settanta, sponsor tecnico Superga, senza scritta sul petto; la seconda, appunto, la Fantic Motor 1981-82; poi la leggendaria Mita degli Anni Ottanta; la Fisac (bianca) del 1990-91; la Seven del 1996-97; la Temporary del 2002-03, in serie A; quella del centenario del 2007 con la croce bianca su fondo azzurro; la Verga del 2015-16; quella della C del 2021 e quella della serie B del 2023-24. Stagioni di vittorie o di sofferenze. Non scelte a caso. Che bello.

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