Citterio: «L’artigiano è cambiato. Niente scalpello, usa il computer»
L’incontro Serata promossa dall’Ordine degli architetti di Como con un ospite di spessore. «Il mondo del mobile non è più fermo agli anni 50, ha bisogno di aziende all’avanguardia»
Lettura 2 min.Cantù
Il mestiere di architetto ha una grande fortuna: non si diventa compiutamente tale a 50 o a 80 anni, si continua a guardare il mondo e a imparare per tutta la vita.
Antonio Citterio, che architetto lo è, e designer, tra i protagonisti italiani del progetto contemporaneo, con una lunga attività internazionale, ne è certo. E non ha mai smesso di guardare e di imparare. Di pedalare. Ha iniziato a farlo proprio a Cantù, a quella che allora era la scuola d’arte, oggi il liceo Fausto Melotti. Ricorda quegli anni con affetto, ma invita con forza e urgenza a non cedere alla nostalgia, al romanticismo.
L’evoluzione
«Non abbiamo più bisogno dell’artigiano con lo scalpello che realizza la cornice in stile, ma di aziende che conoscano perfettamente gli strumenti informatici. Il mondo del mobile è cambiato, non è più quello degli anni Cinquanta».
Anche la politica deve fare la propria parte, lasciare l’urbanistica delle città fatte di casa e bottega, nell’epoca degli hub produttivi «o si rischia la desertificazione» perché «oggi la Brianza non ha bisogno di grandi segni architettonici ma di ricuciture, di aree pedonali, di luoghi identitari. Vedo invece tanti non luoghi».
Ieri ha raccontato questo viaggio sul palco del Teatro San Teodoro, per uno degli appuntamento più attesi della 14a edizione del Festival del Legno, per il talk accreditato dall’Ordine degli Architetti di Como “Fare l’architetto”.
A dargli il benvenuto l’assessore alla Cultura Isabella Girgi, che non ha nascosto la soddisfazione per la sua presenza: «Una presenza che dà lustro, ne sono orgogliosa. Sarà un duro lavoro, l’anno prossimo, eguagliare Antonio Citterio, non solo per lo spessore professionale ma anche per il valore della persona. Chissà che non ci si incontri ancora per qualche altro “pezzo unico”». Valeria Colombo, dell’Ordine degli Architetti di Como, ha sottolineato l’importanza di mantenere un rapporto e un dialogo costanti tra architetti, produzione, imprese e scuola.
I ragazzi del Melotti
E con i ragazzi del Melotti Antonio Citterio ha ideato e realizzato, per questo Festival, che vede La Provincia come media partner, la mostra “Il viaggio del progetto”, fino al 4 ottobre alla ex chiesa di Sant’Ambrogio.
Quello stesso percorso, dalle radici formative e culturali di Citterio alla nascita dell’idea, fino all’opera costruita, è stato ricostruito anche ieri, nella lezione sulle assi di via Corbetta. Partendo dai viaggi in sella al suo vespino da Meda, sua città d’origine, al Melotti, e poi gli anni in cui consolida la propria identità, tra Terragni e gli Stati Uniti.
«Il Razionalismo ha sempre fatto parte dei miei interessi e la mia cifra creativa lo shakera con la cultura della scuola americana, con Eames e Nelson. Perché questa non aveva conflittualità col mondo industriale, non c’era divario tra progetto e mondo della produzione». Questo continuo dialogo, per Citterio, è fondamentale. Non riesce a ideare di fronte a un foglio bianco, «ho sempre bisogno di parlare con qualcuno, di avere un ping pong creativo con le persone che mi stanno intorno».
Altri ricordi
Anni raccontati con affetto. Ma senza cedere a uno sterile romanticismo: «La Brianza esprime questa tradizione di manualità straordinaria che in un modo o nell’altro dobbiamo assolutamente salvaguardare. Ma non si deve confondere la manualità con l’evoluzione tecnologica. Oggi il lavoro manuale è produrre oggetti straordinari che non sono fatti col martello ma con il computer e 3d. Abbiamo bisogno di aziende di servizio che sappiano parlare inglese. Per la specchiera dorata non c’è più mercato».
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