Dall’ospedale in vetta: «Ecco la maschera
che aiuta a respirare»

La scoperta La ricerca del chirurgo canturino Paolo Rodi che ha lavorato con altri esperti di soccorso alpino: «Tecnologia medica usata contro il mal di montagna»

Cantù

Protagonista, insieme al restante team che si è cimentato in spedizioni in alta quota, per provare su se stesso gli effetti di un problema che colpisce anche alpinisti esperti in ascesa verso le cime.

Paolo Rodi, 30 anni, chirurgo canturino, specializzato in chirurgia in contesti umanitari, medicina di montagna e maxi-emergenza, con Giovanni Cappa, 33 anni, medico d’urgenza specializzato in medicina subacquea, e Davide Pellegrini, 25 anni, esperto tecnico di soccorso alpino, ha avuto l’intuizione di sperimentare una maschera contro il mal di montagna.

Sabato la presentazione

Si tratta di un trio di specializzati in ambienti impervi. Sabato, alle 21, al Salone dei Convegni di piazza Marconi, verrà di fatto illustrato - nell’ambito di una rassegna curata da Briantea84 con il patrocinio del Comune di Cantù - l’esito del loro lavoro, nella serata dal titolo “Sul tetto del mondo. La rivoluzione dei ricercatori lombardi: una maschera contro il mal di montagna”.

L’intuizione sta nell’aver pensato di utilizzare in ben altri luoghi una tecnologia ospedaliera. «Si tratta di una maschera che usiamo quotidianamente in ospedale, si basa su tecnologia Pep, Positive expiratory pressure (traducibile con: pressione espiratoria positiva, ndr). Quello che abbiamo fatto è di estrapolarla dall’ospedale e applicare la tecnologia e il sistema in ambiente montano - spiega Rodi - Ci sono stati alcuni altri studi fatti prima con alcuni risultati anche interessanti, ma non si è mai pensato di usare questo metodo senza elettricità e senza ossigeno. Aspetto che invece noi abbiamo testato».

Una sfida definita come massacrante, ma che ha permesso di raccogliere dati molto interessanti sulla risposta del corpo umano a queste condizioni estreme, è avvenuta sull’Aconcagua, in Argentina. Che, con i suoi 6mila e 961 metri, ha permesso ai tre di condurre test a 4mila e 300, 5mila e 560 e 6mila metri di quota.

«La spedizione è durata in totale 15 giorni, sei giorni dei quali sono stati trascorsi ai campi alti, lontano dai comfort del campo base - il racconto di Rodi - niente doccia, niente bagno, solo cibo liofilizzato, niente acqua corrente ma neve e ghiaccio da raccogliere e sciogliere con pazienza. Con noi, senza l’aiuto di portatori o guide locali, avevamo 10 chili in più di materiale per la ricerca scientifica, che includeva dispositivi per la respirazione ed un ecografo».

La spedizione in Argentina

La spedizione era stata organizzata da BiAlp - Alpine, Wilderness and Disaster Medicine, un’associazione di ricerca medica svizzera insieme alla Società Italiana di Medicina degli Ambienti Estremi (Simae) e patrocinata dal Cai Club Alpino Italiano. Per penetrare i segreti del mal di montagna acuto e dell’edema polmonare di alta quota che mette in pericolo la salute di migliaia di alpinisti ogni anno.

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