L’omicidio di Teresa. E quell’assassino che nessuno fermò

Nerofumo/1 Mariano Ventitre anni fa una ragazza di sedici anni accoltellata a morte. Il killer preso a Gardaland, ma tutti ignorarono i suoi segnali di allarme

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Ci sono storie che sembrano tragicamente scritte da un destino crudele. Un domino di eventi concatenati, il cui ultimo tassello a cadere è il futuro negato a una ragazza di 16 anni. Uccisa a coltellate lungo un budello polveroso e isolato. Storie davanti alle quali, a rileggerle più di vent’anni dopo, ti chiedi se davvero si possa parlare solo di destino o se ci sia stato qualcosa d’altro e di più inquietante. Perché quella mano armata di lama, forse, poteva essere fermata prima che si macchiasse di sangue. Certo, un epilogo così drammatico era difficile da prevedere, ma in questa storia i meccanismi sociali e normativi, chiamati a intercettare una mente malata e pericolosa, si sono incredibilmente inceppati tra l’inverno e la tarda primavera del 2003. E a farne le spese sono stati i sogni di una ragazza dagli occhi azzurri e dal sorriso fresco. Il suo nome: Teresa Lanfranconi.

L’aggressione

Nelle redazioni dei quotidiani dei primi anni Duemila, quando i telefoni cellulari non erano ancora una propaggine delle nostre vite, i cronisti di nera convivevano - più o meno clandestinamente - con le radio sintonizzate sulle frequenze delle forze di polizia e degli enti di soccorso. E chi, nel tardo pomeriggio del 18 giugno 2003, si trovava davanti al computer a ultimare le pagine, non potrà mai dimenticare di quella comunicazione radio tra l’elisoccorso e la centrale operativa del 118.

Otto zero due (la sigla radio dell’elicottero ndr) in decollo. Mi confermi via dei Vivai, Mariano Comense?

Confermo otto zero due. Paziente in arresto cardiaco, manovre rianimatorie in corso.

Un malore? Un incidente? Passano pochi minuti. Poi tocca ai Carabinieri.

Confermo, via dei Vivai angolo via Filippo Meda. Corri.

Per un semplice malore non sarebbero così agitati. E infatti quella ragazza che un operaio e un pensionato vedono barcollare, una manciata di minuti prima delle 19, non è stata colta da un malore. A confermarlo la striscia di sangue lasciata su quel viottolo isolato e pieno di erbacce che costeggia la massicciata ferroviaria, fino a raggiungere la stazione di Mariano. Quando l’équipe dell’elisoccorso viene calata con il verricello, per quella ragazza non c’è più nulla da fare. A ucciderla una ferita al collo che le ha reciso una vena. Ma chi l’ha aggredita l’ha colpita altre due volte: all’addome e al torace. Non colpi profondi, ma sufficienti a trasformare un caldo pomeriggio di tarda primavera in un sussurro angosciante: «Aiuto, sto morendo».

L’inchiesta per comprendere chi abbia accoltellato Teresa, che avrebbe compiuto 17 anni soltanto un paio di settimane dopo, si presenta subito complicata. Perché nessuno ha visto l’aggressione. E nessuno ha visto la via di fuga. E in zona non ci sono telecamere.

L’inchiesta

In un delitto come questo, di solito, le piste possibili sono soprattutto due. La prima: quella di amicizie, conoscenze, ambito familiare. L’arma usata, il coltello, e il luogo del delitto, un vicolo che Teresa percorreva abbastanza frequentemente per andare dal negozio di fotografia dello zio a casa, sono elementi che fanno passare al movente passionale, e spesso questi omicidi prendono forma nella rete di relazioni della vittima. La seconda: lo sconosciuto, che ha colpito o per rapinare (non in questo caso, anche se effettivamente l’assassino ha portato via la borsetta di Teresa) o per aggredire sessualmente. Che Teresa possa essere stata aggredita da un maniaco non appare una tesi così campata in aria: i Carabinieri, infatti, trovano tracce evidenti di un’aggressione a sfondo sessuale, non portata a termine ma finita in tragedia.

La pista uno, quella della rete di amicizie, conoscenze e famiglia della giovane appare subito inconsistente. O meglio: c’è un amico bresciano di Teresa che ha attirato l’attenzione degli inquirenti.

La pista due, quella dello sconosciuto, ovviamente fa temere di dover dar la caccia a un fantasma. Un fantasma che, però, commette alcuni errori destinati a rivelarsi decisivi per risolvere il caso.

A coordinare l’indagine è il pubblico ministero Mariano Fadda. Arrivato alla Procura di Como da non molto, quello di Teresa è il primo caso di omicidio che deve affrontare in provincia. Tra gli elementi che i Carabinieri raccolgono ce n’è uno che potrebbe tornare utile: l’aggressore ha portato via la borsa della vittima. Dentro c’è il telefonino di Teresa. Subito il magistrato ordina di intercettarlo e localizzarlo. L’intuizione si rivela corretta.

La prima traccia

Poco più di un’ora dopo aver strappato la vita e il sorriso alla sedicenne studentessa di lingue allo Jean Monnet, l’assassino accende il telefonino di Teresa. Sono le 20 e l’incrocio delle celle telefoniche dice: è a Milano. Dunque, dopo aver accoltellato la ragazza, il responsabile è fuggito in treno ed è arrivato a Cadorna. Qui, quasi sicuramente per sbaglio, apre la comunicazione del cellulare della vittima. Così si riesce a sentire la sua voce mentre chiede indicazioni per raggiungere la stazione Centrale. Viene subito allertato il presidio Polfer e, alle 20.50, due agenti ritrovano la borsetta di Teresa abbandonata all’interno di un bagno. Il telefono non c’è. Ottima notizia: è ancora in possesso dell’omicida. Che sale alle 21.15 a bordo di un intercity diretto verso Venezia. Alle 22.49 scende: stazione Peschiera. I Carabinieri si fanno consegnare le immagini video della stazione. Ma chi cercare?

La mattina dopo, mentre prosegue la caccia a chi ha accoltellato Teresa, alla stazione Carabinieri di Erba si presenta un uomo. Vuole denunciare la scomparsa di suo figlio: da mercoledì sera, ovvero quella del delitto, non dà più notizie di sé. Il comandante, Luciano Gallorini, legge la denuncia e unisce i fili. Chiama Mariano Fadda e gli sussurra il suo sospetto. Anche perché quel Giovanni ha un precedente decisamente inquietante. E così agli investigatori di Erba vengono inviate iniziano le immagini delle telecamere della stazione di Peschiera. Ed ecco che, tra i passeggeri scesi dall’intercity proveniente da Milano, notano un ragazzo esile, dallo sguardo perso. Nessun dubbio: è proprio Giovanni. L’assassino.

L’arresto

Una volta capito chi cercare, il problema è: come prenderlo. Cosa ci fa a Peschiera? Per tutta la giornata di giovedì gli inquirenti e il padre provano a chiamarlo, ma lui non risponde. Poi, venerdì, due giorni dopo l’omicidio, la svolta. Giovanni apre la comunicazione. È diffidente. Minaccia di riattaccare. Dall’altro capo del filo c’è Gallorini. Gli dice chi è. Gli spiega che i suoi genitori sono preoccupati. «Manchi da casa da due giorni». E lui, per tutta risposta: «Mi sto divertendo un sacco». In effetti, ora che glielo fa notare, il luogotenente sente sullo sfondo voci sovrapposte, risate, urla divertite, rumore di giostre... Peschiera... ma certo: Gardaland.

Mariano Fadda non perde tempo: andate e cercatelo. Nel primo pomeriggio, neppure 48 ore dopo il decollo dell’elisoccorso alla volta di via dei Vivai a Mariano, l’assassino di Teresa varca la porta della caserma di Mariano Comense. Alle 20.30 lascia la caserma alla volta del carcere del Bassone. Sulla strada, una folla inferocita urla: «Lasciatelo a noi».

La condanna

Il processo è rapido. Due psichiatri valutano Giovanni semincapace di intendere e di volere. Questo, insieme alla scelta del rito abbreviato, ridurrà la pena finale. Giovanni viene condannato a 17 anni e otto mesi di reclusione. Dopo alcuni anni sarà trasferito all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere.

Oggi è un uomo libero. Di lui si sono perse le tracce.

I precedenti

Si scoprirà poi che la mattina del delitto, sette ore prima di incontrare Teresa in quel viottolo maledetto, Giovanni era finito in caserma a Mariano. Lo avevano scoperto chiuso nei bagni di una scuola di via Dei Vivai, dove aveva trascorso la notte. I bidelli lo avevano trovato e avevano chiamato i Carabinieri. Lui, in lacrime, aveva chiesto di non denunciarlo. La scuola ha avuto compassione e così non ha formalizzato nulla. Identificato, è stato lasciato andare un’ora dopo. Solo pochi mesi prima, a dicembre, sempre quel ragazzo, di Anzano del Parco, era stato arrestato. Aveva aggredito una ragazza in un sottopasso a Erba, palpeggiandola con violenza. Ma in cella c’era rimasto poco.

La cosa incredibile è che, con il senno del poi, tutti hanno detto che era un ragazzo strano. E infatti si scopre che già alle medie aveva minacciato con un temperino due compagne, poi aveva tentato di dare fuoco all’oratorio e, ancora, era stato preso in cura all’istituto psicomedico-pedagogico di Asso fino a sei anni prima. Poi più nulla. Nessuna cura. Nessuna rete. Nessun supporto.

Raccontata così, la fine tragica di Teresa Lanfranconi sembra un po’ meno la trama tessuta da un destino crudele e molto di più il risultato di un sistema che non ha saputo proteggerla.

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