Un medico canturino sull’Aconcagua: il film della spedizione per battere il mal di montagnatagna

La storia. Il cortometraggio “Dove l’ossigeno svanisce” sbarca su YouTube. Racconta la rischiosa missione scientifica a quasi 7mila metri del chirurgo Paolo Rodi e del team dei “Medical Pirates”.

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Christian Galimberti

Dove l’ossigeno svanisce, traduzione in italiano di “Where Oxigen Fades”, il titolo del cortometraggio che, con regia di Igor d’India - presentato all’ultima edizione del Cortomontagna di Tolmacco, in provincia di Udine, è ora visibile sul canale YouTube @IgorDIndiaChannel - viene ora lanciato a tutti gli effetti in rete.

Un’impresa diventata documentario, per raccontare il lavoro di studio sull’Aconcagua, in Argentina, montagna di 6mila e 961 metri, effettuato da Paolo Rodi, 30 anni, chirurgo canturino, specializzato in chirurgia in contesti umanitari, medicina di montagna e maxi-emergenza; Giovanni Cappa, 33 anni, medico d’urgenza specializzato in medicina subacquea; e Davide Pellegrini, 25 anni, esperto tecnico di soccorso alpino. La finalità: sperimentare una maschera contro il mal di montagna.

Gli effetti dell’alta quota

A girare le immagini, proprio i Medical Pirates, come si fanno chiamare i tre. Nel corso della spedizione intrapresa per testare su loro stessi gli effetti dell’alta quota. Una montagna difficile per il freddo, il vento e l’altezza. «Esistono alcune patologie, mal di montagna acuto, l’edema polmonare, l’edema cerebrale d’alta quota - spiega Rodi - che portano effettivamente alla morte di decine e centinaia di persone ogni anno. Morti non solo legate alla patologia in sé, ma a tutto quello che c’è attorno».

La spedizione è stata realizzata l’anno scorso per capire come sviluppare nuovi trattamenti. «Abbiamo parlato con tante persone: anestesisti, esperti di terapia intensiva, esperti di alta montagna ovviamente - dice Rodi - E abbiamo cominciato a sperimentare».

Come dice Cappa: «È stato un salto della fede, questa spedizione, perché non sembrava quasi realizzabile: in autonomia, quindi senza guide locali, in alta quota per settimane, portandoci tutto il carico, che non è solo il carico tecnico-alpinistico, ma anche l’equipaggio per fare gli esperimenti, e poi ovviamente cibo e il gas per sopravvivere. Una montagna molto alta, dove ci sono un sacco di persone che vengono ospedalizzate, e che muoiono anche per le patologie ad alta quota». Come dice Pellegrini: «La paura principale è che noi stessi saremmo potuti cadere vittime di queste malattie».

«Sofferenza in ogni movimento»

«A campo 3, l’ultimo, siamo arrivati piatti: ogni movimento, anche alzarsi in piedi a camminare, era una sofferenza», dice Rodi. Nell’ultima ascesa, uno dei tre, Davide, è stato costretto a scendere. Non senza una certa apprensione da parte dei suoi compagni. «Continuavo a sbirciare, a guardare che Davide stesse davvero arrivando, e fortunatamente vedevo un po’ la sua lucina che si muoveva», il ricordo di Rodi.

«Sicuramente - conclude Rodi - andremo avanti a spingere per portare questo nostro contributo, perché la montagna deve essere sicura per tutti: se uno sta male, deve avere la possibilità di scendere in sicurezza».

La spedizione, organizzata da BiAlp - Alpine, Wilderness and Disaster Medicine, un’associazione di ricerca medica svizzera insieme alla Società Italiana di Medicina degli Ambienti Estremi e patrocinata dal Cai Club Alpino Italiano, non sarà certamente l’ultima: «I Medical Pirates hanno deciso di continuare la ricerca su nuove cime».

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