A 40 metri dalle fiamme del Monte Goj: «L’acqua della cisterna ha fatto la differenza»
La storia Lorenzo Pennoni è il gestore della “Baita Monte Goi” e racconta l’intera vicenda vissuta in prima persona proprio nei boschi: «Che paura il rogo di notte. Il terreno brucia ancora»
Lettura 2 min.Quando risponde al telefono, chiede qualche minuto di attesa: si è appena riacceso un focolaio verso Albate e i vigili del fuoco devono intervenire.
Nella vita Lorenzo Pennoni, 26 anni, è il gestore della Baita Monte Goj, ma dal pomeriggio di giovedì 13 ha salutato le tazzine di caffè per impugnare la canna dell’acqua. Quelli versati da lui, nelle autobotti rosse, sono stati litri e litri preziosissimi, che hanno aiutato la difesa della montagna, evitando ai mezzi di fare su e giù dai sentieri per rifornirsi. Giovedì, quando tutto è cominciato, Lorenzo era appena andato via dopo il turno del pranzo: «Siamo stati avvisati della prima colonna di fumo tramite una nostra cliente, che ci ha mandato una foto. Il tempo di arrivare su e c’erano già due moduli dei vigili del fuoco che stavano cercando di spegnere la costa che vedete da Camerlata», racconta Lorenzo, che da quel momento e per oltre 30 ore non è più tornato a casa, per un motivo semplice: ai vigili del fuoco serviva acqua, tanta acqua. E lassù, con il bosco secco e il vento a fare da complice alle fiamme, l’acqua valeva tempo.
«Noi come ristorante abbiamo una cisterna da 5mila litri che utilizziamo per alimentare tutto il locale, ma non ha il collegamento diretto con l’acquedotto - continua il gestore -. Bisogna andare giù a valle in strada, accendere un contatore che con un autoclave spinge tutta l’acqua nella cisterna». Litro dopo litro, si è trasformata in una riserva già pronta, a pochi metri dall’emergenza: «Mi hanno detto che giovedì è stato fondamentale l’aiuto della baita con la cisterna perché senza quella, una volta finito il carico d’acqua, i mezzi dei vigili del fuoco sarebbero dovuti tornare giù a Muggiò a rifornire i serbatoi. Con la velocità di propagazione, in un attimo l’incendio sarebbe arrivato anche alla struttura e quindi ai ripetitori». Giovedì, in particolare nella notte, si è combattuto a vista, cambiando più volte il fronte, tra i tizzoni che rotolavano: «L’obiettivo di chi era sul posto è stato quello di tenere le fiamme il più lontano possibile dal ripetitore e dalla linea dell’alta tensione».
Nel raccontare le ore vissute sotto gli alberi, mentre vedeva il bosco andare distrutto, Lorenzo non lo nasconde: «Ho avuto momenti di paura, soprattutto nella notte. Vedere il cielo completamente arancione non è stato bello». Elicotteri e Canadair, filmati nel cielo, «sono stati fantastici, hanno ridotto tanto l’incendio». Ma la gratitudine di Lorenzo Pennoni va anche alle squadre di terra, con cui ha condiviso pasti e caffè fugaci, tra un intervento e l’altro: «Sono rimasto molto colpito da queste persone, non si risparmiano minimamente. Mi hanno ascoltato, perché hanno capito che conosco questi boschi, e non c’erano solo le squadre di Como, ma anche di Padova, Vicenza, Venezia, Monza, Milano».
Finita la fase acuta dell’incendio, «ogni tanto si rialza del fumo, perchè il terreno sotto continua a bruciare - racconta in diretta dal bosco -. C’è un tappeto di foglie vecchie che non sono state mai pulite, oltre a rami e alberi caduti nell’estate del 2023 dopo il maltempo che era stato particolarmente violento. Sicuramente anche tutto questo, oltre alla siccità, contribuisce al continuo fuoco. Gli operatori vanno avanti bagnando il suolo e creando linee tagliafuoco». Lorenzo ha ritrovato le prime ore di sonno tra venerdì e sabato. Poi la famiglia, con cui gestisce la baita, ha iniziato il giro di telefonate per annullare tutte le prenotazioni di chi voleva venire a mangiare nel weekend di Ferragosto. «Con queste temperature - spiega Lorenzo - la clientela diminuisce, perchè la mia è una via di mezzo: non è città ma non è alta montagna. In più è arrivata questa ennesima goccia, però siamo stati fortunati che la baita non è stata toccata dalle fiamme: si sono fermate una quarantina di metri più in là». Quaranta metri. La distanza tra distruzione e sopravvivenza, perchè se anche la cisterna fosse andata fuori uso, il Monte Goj avrebbe potuto passare ore ben peggiori.
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