Agli infermieri 450 euro in più, ma ora rischia la sanità privata
Il dibattito Piace l’indennità introdotta per scongiurare la fuga in Svizzera. Ora però l’anello debole sono le strutture convenzionate: che non l’avranno
Basterà un aumento del 20% a frenare la fuga degli infermieri verso la Svizzera?
In settimana l’assessore regionale Massimo Sertori ha confermato l’introduzione di una indennità di confine per arginare le fuoriuscite verso la sanità ticinese, una misura attesa da anni e già varata nell’autunno del 2023. Sono (lordi) 10mila euro in più ai medici e 5.400 agli infermieri per anno, per circa 7mila dipendenti del sistema pubblico, di sicuro tra Como, Varese e Sondrio.
Superato il nodo dei finanziamenti, da pescare in parte dagli stipendi dei vecchi frontalieri, questo bonus vorrebbe evitare la diaspora verso la Svizzera per circa cento infermieri frontalieri, la figura che i nostri ospedali faticano di più a trovare. Sufficiente? «Vuol direi circa 450 euro lordi al mese – dice Stefano Colombo, comasco, infermiere impiegato a Lugano –. Io guadagno più di 5mila franchi, circa 5.500 euro al mese. A Como mia moglie in ospedale parte da circa 1.700 euro al mese, netti, salvo notti, turni e Pronto soccorso. Con l’indennità arriverebbe attorno ai 2mila, un bello scatto, ma non una cifra per la quale tornerei in Italia. È un passo avanti, ma non risolutivo. Bisogna pensare che gli enti sanitari svizzeri fanno reclutamento in Italia già dentro alle università, hanno un vantaggio economico molto grande». Un iscritto su cinque alla facoltà di infermieristica in Ticino è italiano, nella prima fascia di confine svizzera si stima che nella sanità lavorino fino al 50% di professionisti italiani. Circa 5mila frontalieri della salute complessivi. A Como e provincia mancano circa 500 infermieri, 250 nel pubblico. «Però 450 euro non sono pochi – dice Riccardo Colombo, infermiere comasco già referente degli studenti del corso in infermieristica a Como – Io sono rimasto ma non nel pubblico, con cui comunque collaboro per l’assistenza ai pazienti. Gli ospedali tramite le Asst pretendono troppi vincoli, una quasi esclusività, per fare extra bisogna ottenere il permesso. Da privato convenzionato, non dovrei beneficiare dell’indennità. Questo scatto penso però che spingerà molti colleghi a guardare di più al pubblico nelle fasce di confine, trasferendosi magari da altri ospedali accreditati, dalle Rsa, dalle cooperative».
Più complicato riportare a casa infermieri già emigrati. «Se l’indennità, come annunciato, riguarderà solo la sanità pubblica di Como, Varese e Sondrio, mi domando cosa succederà a Lecco e Monza – aggiunge Antonio Scarano, lui pure infermiere – penso che 450 euro, pur lordi, incidano eccome e che porteranno parecchi professionisti in ospedali come il Sant’Anna. Spostando però il problema in altre province e in altri enti non pubblici. Tanti colleghi che fanno i concorsi e arrivano dal sud non sceglieranno più Brescia, ma punteranno su Como. Vedremo, speriamo che davvero questa misura si concretizzi, il lavoro è faticoso e merita un riconoscimento, di annunci in questi anni ne abbiamo già ascoltati tanti».
«É una richiesta che la categoria avanza da anni – dice infine l’infermiere canturino Daniele Di Maio –. Pur non pareggiando la differenza salariale, questa indennità porta tutti noi a fare un calcolo. Soprattutto perché in Svizzera, stipendio a parte, non è tutto oro. Tutele e condizioni non sono sempre invidiabili».
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