«Ascoltiamo le inquietudini dei giovani»: l’appello del cardinale Cantoni

Il messaggio «Non possiamo voltarci dall’altra parte mentre rigettiamo con fermezza le devastazioni che questi ragazzi hanno provocato, abbiamo il dovere di rispondere»

Como

«Giovedì scorso, nella città di Como, si è diffusa in un baleno la notizia che gruppi di ragazzi, provenienti da ogni dove, avrebbero potuto darsi appuntamento per il sabato successivo in segno di protesta e sconvolgere la nostra città e con violenza fare irruzione nei negozi e buttare all’aria ogni cosa, depredando gli oggetti in vendita. Si sarebbero ripetute scene di violenza inaccettabile, usate in pieno centro a Milano giorni fa, con la partecipazione di ragazzi minorenni, italiani e di seconda generazione. I danni ammontano a milioni di euro, ma ciò che più colpisce è la ferocia e la violenza che questi ragazzi hanno messo in moto con grande disinvoltura, contro le forze dell’ordine e nello sfasciare ogni cosa. Queste scene a cui abbiamo assistito in tv generano sgomento, paura, desolazione, ma suscitano anche molti interrogativi».

Inizia così l’ultima riflessione del vescovo di Como, il cardinale Oscar Cantoni, dal titolo: “Costruire ponti nel vuoto interiore: il compito della comunità cristiana”. Un messaggio che arriva pochi giorni dopo la protesta violenta (non verificatasi) che i giovanissimi di Como avevano annunciato per sabato 24 ottobre.

Di seguito il messaggio integrale:

Come cristiani (genitori, educatori, pastori, insegnanti) non possiamo voltarci dall’altra parte e mentre rigettiamo con fermezza le devastazioni che questi ragazzi hanno provocato, abbiamo il dovere di rispondere. Siamo interpellati, anziché limitarsi a giudizi sommari, sul dovere di ascoltare la voce di questi ragazzi, interpretare il disagio che essi esprimono anche attraverso questi toni così deprecabili. Non si tratta di giustificare l’ingiustificabile, ma di comprendere che la violenza cieca è spesso il sintomo estremo di un vuoto interiore che non trova altri canali di espressione. Spesso è un grido di aiuto. Ci troviamo di fronte a tanti interrogativi per cui non è facile dare una risposta neanche da parte di noi adulti.

Gli enigmi che i ragazzi lasciano trasparire attraverso il loro grido dimostrano la loro ansia verso il futuro, che li conduce fino al rifiuto di mettere al mondo figli, sono tentati di porsi l’interrogativo del perché alzarsi la mattina, e, in fondo, del perché vivere. Un senso di angoscia accomuna molti giovani, spesso disorientati all’interno di un mondo iperconnesso, ma privo di vere e intense relazioni umane, dove l’apparenza e il consumo immediato hanno sostituito l’ascolto e la profondità. Assieme alle preghiere perché cessino i disordini, anche noi ci dobbiamo interrogare sul senso della nostra esistenza vivendo in una società fondata sul consumo, sull’edonismo e sull’individualismo.

Non bastano rimedi espressi con la sola repressione, occorrono progetti educativi e adulti disposti a stare vicino, soprattutto ai tanti giovani, veri e autentici poveri, dei quali talvolta le loro famiglie sono del tutto assenti. Se la risposta delle istituzioni e della società civile si limiterà all’ordine pubblico, avremo forse arginato il sintomo, ma lasciato intatta la malattia. Occorre comprendere le ragioni dei comportamenti di questi ragazzi. Come cristiani abbiamo il compito di contribuire a dare senso alla nostra epoca che ne è drammaticamente priva, offrendo una testimonianza coerente e credibile. Occorre annunciare di nuovo che Dio torni al centro della nostra società e del nostro vivere. L’aver escluso Dio dalla vita ordinaria e comunitaria, per aver tentato di ridurlo a un fatto privato, ci ha portato a questa situazione, che paghiamo tutti dolorosamente.

Come ha ricordato Papa Leone XIV, «il mondo ha bisogno della Sua luce; l’umanità necessita di Lui come del ponte per essere raggiunta da Dio e dal Suo amore. Aiutateci anche voi a costruire ponti, con il dialogo e con l’incontro». È proprio questa assenza di ponti e di dialogo credibile che le nuove generazioni precipitano nel disorientamento.

È necessario testimoniare, continua il Papa che «Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio», come anche affermare che ogni persona è una creatura amata, non riducibile agli errori, né ai propri meriti. Solo riscoprendo questa verità si può creare unità tra persone che appartengono a culture diverse, spesso a religioni diverse, con opinioni politiche differenti, partendo dal punto comune, ossia dal fatto di appartenere tutti alla stessa famiglia, in quanto figli di Dio.

In questo percorso, un ruolo educativo fondamentale spetta alle famiglie. Troppo spesso lasciate sole ad affrontare le complessità e le fragilità. Non si tratta di delegare loro ogni responsabilità, ma di allearsi con esse: le nostre comunità e la società civile devono diventare luoghi capaci di affiancare i genitori, offrendo spazi di ascolto, formazione e condivisione, affinché non si sentano abbandonati nella delicata missione di educare alla vita e alla speranza.

Vorrei sottolineare che le nostre Comunità cristiane, offrono già instancabilmente ai ragazzi occasioni per vivere proposte educative ed esperienze di vita capaci di valorizzare e dare significato alla loro esistenza. Tuttavia, siamo chiamati a fare ancora di più: uscire dalle nostre strutture e andare incontro a chi è più distante. Penso, ad esempio, al LabOratorio dei Talenti, presente a Como, che testimonia, tra l’altro, l’impegno a favore dell’integrazione dei nuovi arrivati, così come le tante esperienze di “dopo scuola” accolte nei nostri Oratori in tutta la diocesi (organizzate direttamente dalle parrocchie o in collaborazione con associazioni sensibili, in un vero stile di rete), ma anche le attività di animazione, di proposta culturale, di condivisione e formazione. Da questo punto di vista i nostri Grest, le associazioni sportive, le iniziative come il teatro, sono straordinarie occasioni di inclusione, dialogo, conoscenza reciproca e crescita.

Coinvolti in una responsabilità reale e affiancati da adulti capaci di ascolto e di accompagnamento, eviteremo che questi ragazzi, veri poveri, si sentano esclusi dalla vita sociale e considerati come degli scarti. Spetta a noi offrire loro delle proposte concrete dentro comunità vivaci, che praticano la carità e vivono la solidarietà, così da permettere, anche a coloro che non condividono la nostra fede, di comprendere che la vita ha un senso, tale da non perdere mai la speranza.

Concretamente, il primo passo, penso sia davvero quello del mettersi in ascolto dei nostri giovani, un atteggiamento oggi tanto difficile, ma che esprime e rende concreta la generosità dell’aver cura. È indispensabile: le nuove generazioni sono il presente che sa di futuro e ci stanno a cuore.

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