Bando per Villa Teresa: la ristorazione di Como scommette sull’inclusione
L’Ats Insubria ha intenzione di dare in gestione il ristoro del San Martino
Lettura 1 min.Como
Tavole calde, fornai, bistrot, osterie, il mondo dell’inclusione guarda sempre più alla ristorazione, «ma cuochi e camerieri speciali nelle brigate devono diventare la normalità». Nei prossimi mesi l’Ats Insubria ha l’intenzione di affinare un bando già in essere per dare in gestione il punto ristoro di Villa Teresa, all’interno del San Martino in via Castelnuovo questo servizio è chiuso dal 2024 per problemi di manutenzioni. Sistemati i locali, l’agenzia vuole «dare importanza alla promozione della salute mediante il sostegno ad iniziative socio assistenziali che garantiscano un supporto attivo alle persone con disabilità, migliorandone la qualità della vita e riducendo, quindi, il potenziale peso della disabilità stessa sull’individuo, sulla famiglia e sull’intero contesto sociale».
Una nota realtà locale si è già fatta avanti, il direttore generale dell’Ats Salvatore Gioia spera di coinvolgere più forze del terzo settore. La tavola calda serve ai dipendenti dell’ente, ma anche per esempio ai familiari dell’hospice, al centro diurno, alle comunità sociali.
A Como città sulla stessa scorta dal 2023 è aperto in centro il ristorante Da Noi, con otto giovani disabili impegnati in sala e in cucina, più tre o quattro innesti regolarmente stipendiati. Cometa come noto ha aperto da tempo in via Carso il Pane di Sandro, altra gustosa attività inclusiva, non lontano sempre Cometa sostiene Piccole stelle garden bistrot. Tra le nuove proposte a Cavallasca è nato il ristorante Il Bosco, sempre a proposito di integrazione di giovani leve con certificate difficoltà.
Tutte esperienze che stanno raccogliendo l’apprezzamento e l’affetto della cittadinanza. Ma sono sufficienti per una reale inclusione? «Occorre ammettere che l’integrazione lavorativa dei giovani con disabilità nel privato pur non è semplice commenta Marco Benzoni, presidente della comunità Il Sorriso -, dipende dal grado delle difficoltà, ma i posti garantiti tramite legge, anche nel pubblico, non sono storicamente sufficienti per coprire le necessità. Tanti, finiti i percorsi di formazione, rischiano di restare a casa. O di entrare in strutture protette, senza però un reale sbocco occupazionale riconosciuto a pieno titolo. Dunque creare situazioni nuove, anche nella ristorazione e non solo, penso sia un ottima cosa. Anche se immagino non sia elementare, costi, burocrazia, rapporti delicati, formazione.
Però è vero che fondazioni e cooperative si muovono verso questa strada e spero queste realtà facciano davvero da apripista. Non bisogna però fermarsi all’esclusività del progetto, dopo questa fase pionieristica queste persone devono diventare davvero normali. Devono lavorare con gli altri, essere integrati, non fare squadra da soli, ma insieme, in un organico condiviso».
«Sono d’accordo e aggiungerei a quanto detto fornire uno stipendio vero e proprio dice Guido Grilli, responsabile e fondatore del ristorante Da Noi -. Non basta il tirocinio, il periodo di formazione, l’occupazione senza guadagno dentro alle cooperative nei tanti laboratori per disabili. La normalità e la dignità si conquista meritando e ricevendo una busta paga corretta».
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