Archiviate dalla Procura di Como le accuse a Cappato per il suicidio assistito di Scalas: «Non è offesa alla vita ma gesto di solidarietà»

L’inchiesta Il leader radicale e due volontari accusati di aver accompagnato in Svizzera a morire un uomo malato di sclerosi multipa: «Fu una sua scelta libera, aiuto soltanto materiale»

Lettura 2 min.

Con il suicidio di Massimiliano Scalas, paralizzato a causa di una sclerosi multipla, «non vi è stata alcuna aggressione al bene “vita” né in astratto né in concreto, se non da parte della malattia». Per questo il contributo fornito da Marco Cappato e dagli altri indagati si è tradotto «in un atto di solidarietà materiale verso una scelta già definita». Quella del malato di porre fine alle sue sofferenze. «Ipotizzare una pena in tal caso appare fuori dal circuito costituzionale, significherebbe sottoporre a sanzione soggetti estranei a contesti lesivi di diritti altrui» perché «verrebbe punita ingiustamente una condotta che agevola niente di più di quanto già adeguatamente e liberamente ponderato dal malato».

Ricostruita l’evoluzione delle norme sul tema

Con queste conclusioni il procuratore capo di Como, Massimo Astori, ha chiesto l’archiviazione dell’accusa di “aiuto al suicidio” mossa nei confronti del già leader dei Radicali, nonché rappresentante dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato e dei due volontari che nel dicembre di 4 anni fa accompagnarono in Svizzera per il suicidio assistito Massimiliano Scalas.

Fu lo stesso Cappato ad autodenunciarsi alla magistratura. Il caso finì per competenza a Como, visto che il passaggio dalla frontiera del paziente e dei volontari, a bordo di un furgone noleggiato ad hoc dallo stesso Cappato, è avvenuto al confine tra la nostra città e il Canton Ticino. Il provvedimento del procuratore lariano non si limita a chiedere l’archiviazione delle accuse, ma è un vero e proprio trattato di diritto che ricostruisce l’evoluzione delle norme in tema di aiuto al suicidio, e analizza i pronunciamenti della Corte Costituzionale sul diritto alla vita e su un astratto diritto alla morte.

La storia di Scalas

Massimiliano Scalas, morto suicida in Svizzera a 44 anni, aveva scoperto di essere malato nel 2017. Ma solo nel 2021 le sue condizioni sono velocemente peggiorate. Prima la sedia a rotelle, quindi dall’aprile 2022 costretto a letto. Da settembre una paralisi pressoché totale. In ogni passaggio della sua malattia «Scalas non solo vigila sulla propria patologia consapevole e attento, ma palesa la sua precisa intenzione di decidere autonomamente» delle proprie cure e del proprio destino. Tant’è che la sua morte «è giunta quale conseguenza di un atto volontario, frutto di un percorso individuale scevro da condizionamenti». E «gli indagati» sono intervenuti «a “giochi fatti”».

«L’inerzia del legislatore»

Ma anche così la norma dice che «chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione» come in questo caso, «è punito». Ecco quindi che il Procuratore analizza gli ultimi dieci anni di evoluzione non solo delle norme ma soprattutto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale. Consapevole che «non è compito di giudici e pubblici ministeri inserirsi in percorsi di controversie ideologiche, anche se l’inerzia del legislatore ha alimentato e continua a imporre un difficile e gravoso compito interpretativo a riempimento del vuoto normativo» esistente.

Il vero cambio di rotta, sottolinea il procuratore, è la legge del 2016 sul cosiddetto biotestamento che ha introdotto «una nuova struttura concettuale dei diritti del malato». E questo ha «portato giudici e pubblici ministeri a interrogarsi (...). Chi merita una sanzione per un atto che è solo frutto di una libera manifestazione di volontà del malato? Dove risiede l’offesa? In quale direzione e verso chi opera la funzione rieducativa della pena?». Certo è importante «richiamare il netto limite posto al riconoscimento di un “diritto a morire”» ammonisce Astori. Con la Corte Costituzionale che - rigettando il referendum sul suicidio assistito nel 2021- ha voluto richiamare la «necessità di proteggere il diritto alla vita, soprattutto ma non soltanto delle persone più deboli e vulnerabili».

Ma Massimiliano Scalas non era né debole né vulnerabile e con la sua morte «non vi è stata alcuna aggressione al bene “vita”». Punire Cappato e gli altri indagati «significherebbe trasformare» il reato di aiuto al suicidio «in una norma simbolica (...), trasformare il diritto penale in uno strumento etico-coercitivo». Da qui la richiesta: archiviare ogni accusa verso chi ha accompagnato un malato verso il suo destino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA