Caricato in aereo e rimandato a casa. Aveva preso a pugni la capotreno

L’episodio La storia di integrazione fallita del senegalese Ibrahima Balde, in Italia dal 2011. Giudicato semi infermo di mente, è stato rimpatriato al termine di un iter burocratico non facile

È stato l’ultimo a lasciare l’aereo. Seduto tra due poliziotti, più un terzo nel sedile accanto, ha atteso che scendessero tutti gli altri passeggeri. Poi si è alzato, sempre seguito dagli agenti, ha preso le sue poche cose ed è sceso dalla scaletta. Sulla pista dell’aeroporto di Dakar, ad aspettarlo, dei poliziotti senegalesi.

Si è chiusa così l’avventura italiana di Ibrahima Balde, 34 anni, sbarcato nel nostro Paese nel 2011 quando aveva appena 19 anni. Una storia di integrazione fallita, la sua. Anche a causa di una seminfermità mentale, che potrebbe aver reso impossibile ogni tentativo di coniugare il viaggio della speranza al futuro, anziché doverlo fare al passato.

Balde è uno delle decine di stranieri che, ogni anno, l’ufficio stranieri della Questura di Como rimpatria. Una media di una decina di persone che ogni mese viene caricata a bordo di un aereo per tornare al proprio Paese.

Numeri che pongono gli uffici lariani della Polizia ai vertici in Italia. Rimpatri tutti motivati da questioni di sicurezza, come previsto dalla legge. Tre sono i casi in cui un cittadino straniero può essere riportato in patria: la cosiddetta espulsione giudiziaria, sentenziata dal giudice al posto di una condanna detentiva; l’espulsione concessa dal magistrato di sorveglianza per quei detenuti che devono scontare gli ultimi due anni di detenzione; infine l’espulsione amministrativa, per i cittadini stranieri pregiudicati, decisa dai giudici di pace.

Ibrahima Balde era stato arrestato a novembre quando, durante un controllo del biglietto, ha aggredito con un pungo al volto una capotreno. La donna aveva rimediato 10 giorni di prognosi e uno choc fortissimo. L’uomo era finito in manette. Visti i suoi numerosi precedenti penali per rapina, furto, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, i poliziotti dell’ufficio immigrazione della Questura si sono mossi per avviare le pratiche per un possibile rimpatrio. Iter tutt’altro che agevole.

Innanzitutto Balde non aveva il passaporto (che renderebbe tutto più semplice). Ma in passato gli era stata trovata addosso la fotocopia di un passaporto scaduto. Così, con quella traccia, i poliziotti hanno contattato il consolato del Senegal di Milano, hanno spiegato il caso e una volta accertato che effettivamente Balde fosse di nazionalità senegalese, hanno accettato di firmare il lasciapassare necessario per il rimpatrio.

Nella maggior parte dei casi, però, l’identificazione è molto più complessa. Il fotosegnalamento (ovvero la fotografia e le impronte digitali) devono essere inviate direttamente nel Paese di presunta origine, per accertare l’identità. E solo in un secondo momento scatta il lasciapassare.

L’ultimo “incastro” necessario è quello con l’autorità giudiziaria. Il giudice di Como ha spostato di qualche giorno l’udienza proprio per avere la certezza del lasciapassare, e così ha emesso una condanna a un anno e 4 mesi convertita nell’espulsione. Nel frattempo la Questura ha contattato la compagnia aerea, ha prenotato quattro posti e tre uomini di scorta hanno riaccompagnato Balde verso Dakar in un volo di sola andata. Anzi: di solo ritorno.

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