Caso Sio, Meta chiede giustizia. Ma poi nega l’aiuto alle Procure

Cantù La diffida di Whatsapp potrebbe aver fatto naufragare un’inchiesta. Le società di Zuckerberg raramente rispondono a richieste investigative

Cantù

Le società del miliardario Mark Zuckerberg trasformano l’annuncio di una diffida per una controversia in un annuncio a livello nazionale, mettendo così a rischio indagini penali; ma quando ricevono richieste di collaborazione da parte delle Procure italiane non forniscono alcuna collaborazione, se non in casi sporadici.

La vicenda che ha travolto - mediaticamente - la Sio Spa di Cantù, società specializzata in assistenza tecnologica e digitale a forze di polizia ed enti governativi, svela un retroscena che mette a confronto due mondi completamente contrapposti: quello degli interessi di un gruppo privato con proventi multimiliardari, e quelli degli interessi di giustizia, laddove gli investigatori sono costretti a trovare soluzioni alla non collaborazione delle grandi multinazionali statunitensi.

La vicenda nasce dall’accertamento, da parte del team sicurezza di Whatsapp, dell’esistenza di una app non ufficiale fatta passare come fosse l’applicazione di messaggistica del gruppo Meta. Secondo gli esperti alcuni clienti (circa 200 utenti, secondo la società di Zuckerberg) sarebbero stati indotti a installare una app creata da Asigint Spa (società del gruppo Sio) credendo in realtà di utilizzare una copia ufficiale di Whatsapp. Stando all’accusa mossa dal brand statunitense la società canturina avrebbe «utilizzato tecniche di social engineering per convincere le persone a scaricare un’applicazione non ufficiale e dannosa, facendola passare per WhatsApp, probabilmente per ottenere accesso ai loro dispositivi». In realtà più che una probabilità è una certezza. E dopotutto tutto basta andare a vedere per chi lavora la Sio: Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Procure di mezza Italia.

Le ipotesi

Elio Cattaneo, amministratore di Sio, non vuole commentare le notizie diffuse da Whatsapp. Ma la vicenda diventata - è proprio il caso di dirlo - virale consente di fare alcune ipotesi sull’intera vicenda. Innanzitutto: se è vero che il presunto trojan che imitava Whatsapp è riconducibile a una Spa privata, è quasi certo che sia stato commissionato dalle forze di polizia. E se è vero che le forze di polizia hanno spinto la Asigint a creare l’app fantasma, sicuramente è perché c’è qualche provvedimento che autorizza il suo utilizzo.

Bisogna infatti ricordare che in Italia, al netto di deviazioni illecite com’è il caso della vicenda Paragon (e dello spyware Graphite, sviluppato da un’azienda israeliana per spiare giornalisti, attivisti e membri della società civile in Italia e all’estero), è del tutto illegale procedere a intercettazioni senza l’autorizzazione della magistratura. Per intercettare qualcuno, infatti, un giudice deve firmare un auto che consente di farlo.

Le nuove tecnologie hanno costretto gli investigatori a inventarsi sempre nuovi sistemi per aggirare i sistemi criptati messi sul commercio dalle grandi multinazionali della Silicon Valley.

La diffida di Meta si inserisce, dunque, in una vicenda quasi certamente legale. E, anzi, rischia di aver fatto naufragare qualche indagine.

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