La rabbia della comunità nigeriana in piazza Cavour: «I nostri bambini rapiti, il silenzio è complicità»

La manifestazione. Presidio in centro città: cartelloni e messaggi contro il governo di Tinubu. «39 alunni sequestrati da un mese, la politica pensa solo alle elezioni»

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Como

Piazza Cavour diventa il palcoscenico della rabbia, della denuncia politica e della preghiera. Niente lacrime o rassegnazione, ma una profonda e vibrante indignazione ha animato l’iniziativa della comunità nigeriana e africana di Como, scesa in piazza per rompere il silenzio sul dramma dei 39 bambini e dei loro insegnanti strappati dalle aule scolastiche lo scorso 15 maggio 2026 in Nigeria. Un presidio, dove a parlare sono stati i grandi cartelloni scritti a mano per chiedere la fine immediata di questa situazione e attirare l’attenzione delle istituzioni internazionali.

Dal microfono, le voci dei presenti si sono rincorse, alternando l’inglese e l’italiano in un duro atto d’accusa. A lanciare il primo, serrato appello è stata Emmanuel Queen Sandra, rivolgendosi direttamente ai passanti: «Facciamo appello a tutte le persone di buona coscienza. Vi preghiamo di non voltare lo sguardo, di non aspettare un’altra tragedia. Aiutateci a fare in modo che i bambini nigeriani contino quanto tutti gli altri bambini del mondo. Il nostro messaggio è semplice: ogni bambino conta, ogni vita conta». Le sue parole hanno scandito il pomeriggio comasco: «Oggi la nostra voce si alza da Como, domani continuerà a risuonare nel mondo. Perché il silenzio non salverà questi bambini, non guarirà queste famiglie, non porterà giustizia. Che la storia ricordi che quando vite innocenti erano in pericolo, noi non siamo rimasti in silenzio. Noi siamo tutti qui come esseri umani. Immaginate che vostro figlio, vostra figlia, vostro fratello venga portato via dalla scuola e non faccia più ritorno a casa. Immaginate di aspettare per settimane. Il 15 maggio 2026, 39 bambini piccolissimi, 7 insegnanti e il preside sono stati portati via: 46 esseri umani. Alcuni di questi bambini sono purtroppo morti. Sono così piccoli, da due anni fino a 11 e 12 anni».

La rabbia contro il governo nigeriano e il presidente Tinubu è esplosa prima nelle parole di Igbineweka Kelvin Osazee. «In Nigeria stanno uccidendo bambini piccoli. Oggi siamo qui, uniti tutti quanti, per dire basta alla violenza» e poi nell’affondo di Henry Eric Aigbizar. «I nostri politici e il governo non stanno facendo niente. Il loro primo dovere è difendere il territorio e le persone. Chiediamo solidarietà, non per i soldi, ma perché parliamo della vita di una persona. I nostri politici ci hanno rovinato, la gente comune muore di fame perché hanno deciso che il loro popolo non conta». Aigbizar ha poi voluto ringraziare la realtà ospitante, legando la denuncia al rispetto delle regole: «Noi siamo quelli che lodano l’Italia. Grazie all’Italia per l’accoglienza. Il colore della pelle per me non conta, conta il rispetto. Ma per i politici in Nigeria i poveri non contano niente. Invece di parlare di umanità, loro parlano di elezioni. Quando vogliono i voti, vanno dai poveri e comprano riso, mais, patate, acqua».

Il presidio si è concluso con una preghiera corale a microfono aperto per invocare la libertà dei prigionieri.

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