«Con 10mila euro ho girato il mondo. E ho cambiato vita»

Generazione in viaggio Ventisette anni, una laurea all’Insubria e tanti mesi vissuti con la valigia in mano. Fino alla scelta di licenziarsi e reinventarsi “da remoto”

Lettura 2 min.

Ventisette anni, una laurea in tasca e un passaporto che ha già toccato quasi tutti i fusi orari del pianeta. Linda Roncoroni , originaria di Alzate, risponde al telefono dal Portogallo, dove oggi vive e lavora.

Dalla convalle a Barcellona

Il punto di partenza è l’Università dell’Insubria a Como, dove Linda ha studiato Scienze del Turismo. Dopo un Erasmus a León e uno stage all’Hilton di Como, scatta qualcosa. «Siccome Hilton è una catena internazionale, ho sempre avuto questa idea dell’estero. Lì facevo la receptionist. Dopo un anno ho deciso che volevo fare altre esperienze, volevo uscire dall’Italia. Non perché non mi piacesse come paese, assolutamente no. Avevo - e tuttora ho - la necessità di vedere cosa c’è nel mondo. È troppo grande per stare sempre nello stesso posto».

Una scelta non priva di sofferenza: «Nonostante siano anni che sono all’estero, soffro come all’inizio. Mi manca tantissimo l’Italia: lì ho tutta la mia famiglia e gli amici».

La prima tappa è l’Hilton di Barcellona. «Perché la Spagna? Volevo un posto in cui potessi inserirmi bene, anche se poi è stata durissima: pensi di sapere una lingua e poi vai in un paese e scopri che non la sai veramente», scherza.

Il richiamo dell’Asia

A Barcellona, Linda stringe i denti, ma la reception comincia a starle stretta. «Sentivo che avevo bisogno di altro. Ho chiesto il trasferimento nel marketing e lì ho sviluppato un progetto con un artista, Alberto León . Ai capi è piaciuto tantissimo, è stato un successo. Lì ho capito che volevo quel lavoro, ma il posto al momento non era disponibile». Viene spostata alle prenotazioni: «Un ufficio 9-17, lun-ven. Ero sempre davanti a un computer, mi sentivo come un uccello in gabbia».

In quel periodo conosce il suo compagno, Diogo Almeida , un personal trainer portoghese che gestiva un gruppo di allenamento all’aria aperta. Anche lui voleva cambiare aria.

«Il centro della mia vita è la libertà, il viaggio. Il mio sogno era avere un lavoro che mi permettesse di essere ovunque. Abbiamo cercato su Google e trovato la professione del “nomade digitale”. C’era una conferenza nelle Filippine, “Nomads in Paradise”. Ci siamo detti: cosa c’è di meglio che andare a vedere sul posto? Mi sono messa in aspettativa, abbiamo venduto tutto e siamo partiti».

Da lì inizia un viaggio low budget nel sud-est asiatico: Filippine, Malesia, Maldive, Thailandia, Vietnam e tre mesi in Indonesia. «Molta gente mi dice: “Come fai? Sei ricca? I tuoi genitori ti pagano?”. No: ho lavorato sodo a Barcellona, non uscivo tutte le sere a mangiare, ho messo via i soldi e in Asia, se fai la vita dei locali, costa tutto meno».

Il giro del mondo in un mese

A luglio arriva la svolta. Kiwi.com lancia un contest: un mese per fare il giro del mondo in due con un budget di dieci mila euro, producendo contenuti. Linda e Diogo vincono.

Il viaggio diventa una corsa contro il tempo e il fuso orario: Milano, Uzbekistan («Stupendo, la carne era buonissima»), Corea del Sud, Giappone, Los Angeles, Colombia, Rio de Janeiro e lo spettacolare deserto di Lençóis Maranhenses, prima di chiudere a San Paolo.

«Siamo stati dentro i dieci mila euro, anzi abbiamo avanzato anche qualcosa. Diogo mi prendeva in giro perché annotavo anche i centesimi. Gli dicevo: “Un centesimo oggi, sono 10 euro tra un mese”».

Il futuro e il legame con le radici

Oggi Linda vive in Portogallo e lavora da remoto per un’azienda di ricerche di mercato, ma sta lanciando un progetto tutto suo nel settore dell’hospitality, unendo le sue competenze: consulenze come Mystery Guest, re-branding dell’esperienza del cliente e creazione di contenuti video.

Il pensiero, però, torna spesso a casa, tra sensi di colpa e nostalgia.

«Non migliora. Per quanto riguarda i miei, è un tasto delicato. Mi sento in colpa, ma mia mamma è stata il motore che mi ha spinto a partire. Mi diceva: “Linda, provaci, nel caso la casa è sempre qua”».

Nessun rimpianto, però, sulla scelta di vita. «I rimpianti fanno male, soprattutto quando ci sono perdite in famiglia e tu non sei presente. Però a sedici anni un’amica mi disse che nella vita è meglio pentirsi di aver fatto qualcosa che di non averla fatta, ed è stato il mio mantra. Non voglio che la gente pensi che mi sia andata di fortuna. Questa vita è difficile: non ho uno stipendio fisso e sono in partita Iva. A lungo termine mi piacerebbe tornare in Italia per riportare tutto quello che sto imparando al luogo in cui sono cresciuta. Per adesso, ho la vita che volevo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA