«Correnti, detriti e visibilità a un metro. Ecco perché il lago può anche uccidere»
Tempio Voltiano. Il racconto di uno dei vigili del fuoco che hanno preso parte ai soccorsi. «Acque calme ma pericolose: c’è un “gradino” che può favorire la formazione di vortici»
Lettura 1 min.Il luogo in cui si è consumata la tragedia presenta caratteristiche morfologiche e idrodinamiche «insidiose». Acque che dalla riva paiono «calme», ma che nascondono insidie dettate da correnti, temperatura, profondità e conformazione del terreno.
Lo spiega uno dei vigili del fuoco di Como che con i colleghi della squadra di soccorso fluviale acquatica è stato impegnato nelle ricerche della piccola Arwa Rfali, strappata dalla riva e ritrovata dopo ore di ricerche a sei metri di profondità.
«In quel punto – spiega – la fascia costiera è costituita da un fondale misto di sabbia e sassi, con la presenza di una lingua di terra emersa, formatasi per il prolungato periodo di siccità. Le acque superficiali sono calme e tiepide, sembrano sicure. Tuttavia, a breve distanza dalla riva, si incontrano masse d’acqua più fredde, generate anche dall’immissione del Cosia, che determinano un brusco cambiamento della temperatura e delle condizioni. Il fondale, inizialmente molto basso, da 10 a 50 centimetri, degrada improvvisamente con un marcato salto, passando da poche decine di centimetri a profondità di diversi metri». È il “gradino” che determina di conseguenza la netta variazione sia della temperatura sia delle condizioni di galleggiamento, dove è difficile nuotare anche per chi è esperto. Dove il Cosia si immette nel lago «possono svilupparsi correnti superficiali e di profondità che tendono ad allontanare il nuotatore dalla riva – prosegue il vigile del fuoco – mentre la particolare conformazione del fondale può favorire la formazione di moti turbolenti e vortici locali». Correnti che tendono a spingere il bagnante verso il centro del lago.
Le ricerche? Complesse. «La visibilità sott’acqua è generalmente molto ridotta, raramente superiore a un metro». La morfologia del fondo poi «è estremamente irregolare, alternando affioramenti rocciosi, depositi sabbiosi e accumuli di materiali sedimentati nel corso degli anni, come rocce, alberi e sporcizia».
Tra l’altro, proprio in questo punto, l’alluvione dello scorso anno ha lasciato consistenti detriti, come alberi sommersi di grandi dimensioni e numerosi rami che costituiscono potenziali «punti di impigliamento per bagnanti». Un ambiente che insomma gli stessi vigili del fuoco descrivono come «molto pericoloso».
Infine, ci sono cavità naturali e anfratti nei quali possono svilupparsi correnti localizzate. Situazioni che «possono causare lo spostamento di persone per decine di metri rispetto al punto di ingresso in acqua». Per questo motivo, il primo passo delle ricerche ha riguardato lo studio proprio delle correnti, per capire dove potesse essere stato spinto il corpo. Un lavoro complesso, descritto sempre da chi ha preso parte alle ricerche: «La squadra di prima partenza dell’unità nautica e dei nuclei di Soccorso acquatico e fluviale, ha iniziato la ricognizione della costa, procedendo a nuoto immergendosi con l’ausilio di maschere, per ispezionare i fondali fino a 2-3 metri.
Le ricerche sono state condotte con manovre “a pettine”, avanzando fianco a fianco. I sommozzatori hanno poi pianificato l’intervento ed effettuato immersioni fino a 20 metri. L’area è stata battuta con una ricerca anche qui “a pettine”, impiegando due sommozzatori sul fondo e tre soccorritori in superficie, mantenendo il costante allineamento». Personale che ha operato con determinazione, professionalità e continuità, senza interrompere le ricerche fino al ritrovamento della piccola.
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