Cronaca / Como città
Martedì 27 Gennaio 2026
Da Como all’Africa «la mia missione
tra gli ultimi»
Intervista Don Filippo Macchi, parroco fidei donum in Mozambico, pensava che non avrebbe mai lasciato la diocesi di Como. Poi, nel 2019, la proposta che gli ha cambiato la vita
Como
Fino al momento della sua partenza, don Filippo Macchi aveva lavorato con i giovani di Maccio e della Valtellina. Poi, nel 2019, gli è stato proposto di lasciare Como in direzione Mozambico. La pandemia, scoppiata di lì a poco non l’ha fermato, ma soltanto posticipato. E così, a fine 2021, don Filippo è entrato nella sua nuova casa a Mirrote, un villaggio di 15mila persone nella diocesi di Nacala.
Ora che è rientrato per questa sosta a Como, è il caso di chiederglielo: missionari si nasce o si diventa?
Io all’inizio, diventato sacerdote a servizio della diocesi di Como, mi dicevo che ero prete per questa gente. Sapevo dell’esperienza come “fidei donum”, e pensavo: «Bello, ma non è per me».
E poi?
Poi è successo che ho iniziato ad interessarmi, e quando la diocesi mi ha proposto di partire ho detto: proviamoci. Il timore di non essere adatto c’era, anche perchè si trattava di iniziare una nuova presenza in questo paese africano. Però mi sono fidato, con la serenità di tentare.
Arrivato a Nacala, qual è stato l’impatto con il posto?
Lì si fa una vita dura, la gente è immersa nella precarietà, a livello di salute, istruzione...Nelle zone rurali la gente non vive, ma sopravvive di agricoltura, con ritmi non molto lontani da quelli di 100 anni fa. Noi preti viviamo un buon rapporto con gli abitanti della diocesi, anche se per cultura e priorità di vita siamo molto diversi. L’ostacolo più evidente è la lingua.
Cosa si parla a Mirrote?
Nel Nord del Mozambico la maggior parte della popolazione è analfabeta oppure parla la lingua locale, il “makhuwa”. Chi ha la possibilità di andare a scuola, impara il portoghese. Però le donne, ad esempio, rimangono un po’ escluse dall’istruzione. Vorrei dialogare di più con loro, ma ho sempre bisogno di un mediatore.
Quindi non lavora da solo...
Ora con me c’è un altro prete di Como, don Angelo Innocenti, e sta per arrivare una vergine consacrata. Questo è un segno che la missione non è legata a una singola persona. E poi ci sono persone del luogo che ci aiutano.
Quanta collaborazione c’è?
Tantissima, a partire dal fatto che siamo una chiesa ministeriale: la nostra parrocchia ha 120 cappelle sparpagliate tra i villaggi. E siccome il prete non può arrivare ovunque, ognuna ha un anziano di riferimento, che dirige la preghiera della domenica.
Visto da Como, il Mozambico lo si conosce solo attraverso le notizie brutte, come quelle riguardanti episodi di terrorismo...
Purtroppo dal 2017 ci sono gruppi terroristici di matrice islamica finanziati da fuori, che puntano sulla povertà e sulla rabbia giovanile. Il problema è che colpiscono tutti, indiscriminatamente. Nel 2022, hanno attaccato la provincia di Cabo Delgado, è morta Maria De Coppi, suora comboniana, e lì ci siamo resi conto che certe zone non sono più sicure.
Lei non ha paura?
No, perchè io sono nelle condizioni di scappare, se serve. Certo, le persone con cui vivo non sarebbero in grado di difendere il villaggio da un eventuale attacco, ma nella quotidianità teniamo le antenne dritte per intuire se ci sono segnali di minaccia.
Si è mai trovato in situazioni difficili?
Nella notte del 31 maggio 2024, la nostra chiesa parrocchiale è stata distrutta da un incendio.
Doloso?
No, no, accidentale. Avevamo delle api sul tetto e alcune persone del villaggio che spesso si occupano di queste cose, hanno cacciato via le api con il fumo. A fine lavoro però, il fuoco non è stato spento bene e, per quanto fosse piccolo, ha attaccato le travi di legno. Quando si sono accorti dell’incendio, le fiamme erano già incontrollabili. Però ho un altro ricordo di quella notte: alcune persone sono entrate in chiesa comunque, per mettere in salvo i documenti e quello che c’era in sacrestia.
Ora la chiesa come sta?
Fortunatamente, con l’aiuto del vescovo di Nacala e della diocesi di Como, siamo riusciti a completare i lavori più urgenti. Abbiamo rifatto porte e finestre, manca ancora tanto, ma con i tempi giusti, quelli africani, la rimetteremo in piedi. E anche questo è un segno di speranza e coraggio.
Lo dice perchè la speranza è merce rara a Mirrote?
La gente è in parte arrabbiata, in parte rassegnata. Davanti ad una casa distrutta dall’ennesimo ciclone, soffrono, ma poi riprendono con il sorriso. Non nascondo che, vedere certe situazioni di sofferenza, fa soffrire anche me.
Sta pensando a qualche vicenda in particolare?
Qualche mese fa ho saputo di una donna morta per via di un dente: aveva un ascesso, è andata in ospedale per sottoporsi all’estrazione, ma le è stata fatta male. Nel frattempo, l’infezione è andata avanti, la sua famiglia era convinta di non avere abbastanza soldi per tornare in ospedale e così la signora è rimasta a casa, ed è morta. E io mi sono domandato: è possibile questo? Ti fa sentire impotente, e sai di non poter risolvere tutti i problemi.
Nella quotidianità come funziona il suo lavoro? A che ora inizia la giornata?
Siccome ci si alza poco prima del sole, anche io cerco di svegliarmi prima delle 5. Poi si fa la preghiera, ma la verità è che ogni giorno è diverso: alcune persone vengono da noi, o siamo noi a visitare i villaggi, oltre ad organizzare incontri in parrocchia. Diciamo che non puoi fare grandi programmi, perchè qui la gente non vive secondo l’orologio. L’unica cosa sicura è che non fai mai incontri serali, dopo cena si sta sempre a casa.
Non le manca mai Como?
No, perchè in questi anni non è mai venuta meno la vicinanza degli amici, del vescovo Oscar e di don Alberto Pini del centro missionario. Ovvio, tante cose della vita quotidiana a cui sei abituato della vita, in Mozambico non le hai a disposizione. La corrente elettrica arriva a malapena, ma tutto sommato, quello che serve, c’è.
Martedì scorso è rientrato a Como e resterà qui fino a Pasqua. Qual è la prima cosa che ha fatto?
Dopo 24 ore di viaggio, una colazione con brioche e cappuccino, insieme ai miei genitori e a don Alberto.
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